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Quella di Tre in tutto (Orecchio Acerbo) è una storia che pare raccontata un po’ sottovoce, uno di quei ricordi preziosi, che arrivano da lontano e sanno trasportarti immediatamente dentro un altro tempo e un altro spazio.

Un salto temporale ed emotivo che ho sperimentato spesso, attraverso la memoria dei miei genitori o delle persone del mio paese. Perché i ricordi, anche quelli degli altri, a volte sono così pieni di umanità e passione che hanno un riverbero inaspettato e potentissimo anche sul nostro presente, diventando voce, dandoci forza e consapevolezza. Così è stato anche quando ho aperto questo albo delicatissimo, che racconta attraverso le parole di Davide Calì e le illustrazioni quasi fotografiche di Isabella Labate la storia di circa settantamila bambini del sud Italia che, finita la guerra, salirono sui ‘treni della felicità’ per raggiungere, al nord, famiglie di contadini, operai, impiegati pronti ad accoglierlie e a salvarli da un destino di fame, povertà, malattia.
Il racconto è filtrato dallo sguardo di due fratelli, sguardo che ne racconta la naïveté e la curiosità di fronte a una vita neanche mai immaginata, perché di essere poveri non lo avevamo mai saputo. Uno sguardo a cui ci si affeziona subito, perché ci regala il senso della meraviglia, ci commuove e ci fa ridere nella stessa pagina. Ed è così che sentiamo la guerra attraverso i boati delle bombe e il fischio delle sirene, viviamo con loro il primo, lunghissimo, viaggio in treno, cantiamo canti partigiani e osserviamo il paesaggio che scorre dal finestrino. Finalmente l’arrivo, la paura di perdersi, le signore gentili, i vestiti nuovi, il pane da cuocere al forno e i tortellini.
E poi le mamme del nord, una per ogni fratello, più la mamma vera, che li aspetta di nuovo al sud. Tre in tutto. In un abbraccio che sa contemporaneamente di amore, nostalgia, gratitudine, ricordo indelebile.

A raccontarci emozioni, retroscena e segreti di questo albo, le voci di Davide Calì e Isabella Labate in una bella intervista doppia.

 

Come avete incontrato questa storia?

Davide Ho scoperto per caso un documentario di Alessandro Piva, intitolato Pasta Nera, che raccontava di un episodio della storia d’Italia dell’immediato dopoguerra di cui non avevo mai sentito parlare. Mi è piaciuto moltissimo, tanto che a distanza di poco tempo l’ho visto almeno tre volte. Poi ho cercato anche altra documentazione, ma non ho trovato moltissimo. Ho pensato che fosse una bella storia da raccontare e per una volta ho deciso di scrivere su un fatto vero, anziché inventare.

Isabella Mi è stata proposta da Fausta Orecchio di Orecchio Acerbo: non finirò mai di ringraziarla di aver pensato a me!

 

Come avete lavorato insieme: prima il testo e poi le illustrazioni o di pari passo?

Davide Abbiamo lavorato in modo abbastanza tradizionale: ho scritto prima la storia, poi Isabella ha fatto la sua parte, cominciando, come fa lei di solito, da una fase di ricerca. Non ricordo di aver modificato successivamente il testo in funzione delle immagini.

Isabella Il testo era praticamente pronto quando mi è stato proposto, leggendolo più volte, ho cercato di aggiungere dettagli con le immagini.

 

Che cosa vi ha colpito di più nella vicenda che raccontate?

Davide L’apparente semplicità con cui tutto si è svolto: il fatto che i bambini venivano semplicemente affidati a degli sconosciuti sui treni, senza sapere chi se ne sarebbe preso cura a destinazione.
La gente li aspettava nelle stazioni e prendeva questo o quello, a caso, non c’era un registro, nulla. Eppure nessuno andò perduto. E poi tutti tornarono a casa sani e salvi. Mi ricorda lo spirito con cui anni dopo in tanti lasciarono l’Italia per emigrare, chi al nord, chi all’estero, senza sapere cosa avrebbero trovato. Tra i tanti, c’erano anche i miei genitori, che emigrarono in Svizzera tedesca, dove sono nato io.
Nella storia ci sono tanti episodi che mi hanno colpito: lo stupore dei bambini davanti ai turtelén, è sempre divertente.

Isabella Credo la mancanza di esitazione della gente a voler dare una mano a chi ne avesse bisogno, a condividere quel poco che aveva (parliamo dei primi anni del secondo dopoguerra), la convinzione profonda di ritenere un fatto non eccezionale quello di prendere in casa uno sconosciuto e trattarlo come un figlio.

 

Quale l’emozione predominante nello scriverla/illustrarla?

Davide Non te lo so dire. Quando scrivo sono in una dimensione che non so tanto descrivere. So solo che ci sto bene.

Isabella Il privilegio di essere stata scelta per una storia che mi appartiene, credo: mi sono sentita molto fortunata.

 

Come vi siete calati in quegli anni? Il documentario di Alessandro Piva vi ha aiutato?

Davide Il libro è essenzialmente basato sulle testimonianze e i racconti del documentario. Quello che ho fatto io è cercare di raccogliere quanto più materiale possibile e concentrarlo nei ricordi di una singola coppia i fratellini, che sono immaginari.

Isabella Ho guardato molti film neorealisti. Nel secondo dopoguerra l’Italia ha prodotto molti capolavori, tra tutti questi mi ha colpito in particolare “Il cammino della speranza” di Pietro Germi per la straordinaria attualità del racconto. Ammetto che non lo conoscevo. Ho riguardato la mia collezione di foto d’epoca (molte ereditate, alcune comprate nei mercatini), cercando dettagli, piccole storie nascoste, paesaggi, abiti, espressioni. Il documentario di Piva mi ha fatto capire quale emozione fosse stata, per i bambini di allora, ricevere cibo abbondante e vestiti nuovi e puliti. Puoi leggerlo finché vuoi, ma è tutta un’altra cosa, sentirlo dalle loro voci, e vederlo nei loro occhi. E poi, le donne, le meravigliose donne dell’UDI che hanno voluto e realizzato l’iniziativa, le coraggiose volontarie che hanno avuto la responsabilità di centinaia di bambini nei viaggi in treno, le compostissime crocerossine che hanno rifocillato i bambini nelle stazioni, le mamme che hanno lasciato che i figli partissero (anche se i comunisti mangiavano i bambini) e quelle che hanno accolto, le nonne che hanno cucinato e quelle che hanno cucito. Che storia meravigliosa, e vera.

 

Quanto è importante parlare di solidarietà e accoglienza in un momento storico così delicato come il nostro?

Davide Da quando ho visto quel documentario non ho smesso di chiedermi cosa sia successo nel frattempo a quell’Italia, che sebbene uscisse da una guerra e fosse ancora impegnata nella ricostruzione, fu capace di tanta solidarietà. Ora quella stessa Italia sembra diventata astiosa e intollerante di tutto. Ma forse è solo una percezione.
Forse è solo che il paese è più stanco, è senz’altro invecchiato dal punto di vista demografico, fiaccato in parte dal benessere. Quando non hai nulla da perdere è più facile essere generosi e dividere il poco che c’è. Quando ti abitui a uno stile di vita più ricco, non ci vuoi rinunciare.
Ci sarebbero tante cose di cui discutere. Mi piacerebbe se riuscissimo a farlo andando oltre le risposte facili e confortanti e oltre il pregiudizio che abbiamo gli uni degli altri. Oggi, nel dibattitto sociale e politico vedo soprattutto un muro contro muro, su tutto. Sulla questione degli immigrati c’è chi li vuole e chi non ne vuole. Ma non vedo nessuno ascoltare gli altri. E nessuno prendersi delle responsabilità.

Isabella Fuori da ogni intento polemico, la solidarietà e l’accoglienza negli ultimi anni non hanno creato consenso a livello politico, ma sono valori ancora radicati nella nostra mentalità di Italiani. Chi ora è contro l’accoglienza, lo è perché è stato indottrinato, e, quando ne avrà consapevolezza, si sentirà leso nella propria dignità. Ciclicamente, ogni popolo ha avuto profughi, molti italiani hanno vissuto le stesse esperienze di chi oggi arriva sulle nostre coste.

 

Due battute solo con Davide…

 

Da un punto di vista allargato, questo libro è anche un modo di raccontare la guerra ai bambini: pensi sia importante mettere di fronte ad argomenti così delicati (e attualissimi) anche i più piccoli?

Penso di sì. Quello che non mi piace è l’insistere sulla sofferenza e soprattutto sulla responsabilizzazione dei bambini. Non credo che i bambini cambieranno il mondo. Mi sembra un compito sproporzionato rispetto alle loro possibilità. Siamo noi che dobbiamo cambiare il mondo. Possiamo investire nel futuro, educando le nuove generazioni, ma penso che il modo migliore di educare sia dare il buon esempio.
Mi è piaciuto raccontare la storia di questo libro perché sebbene ci sia un fondo di drammaticità, è molto divertente. In passato ho scritto libri più duri, come L’ennemi, che ai bambini è piaciuto perché non parlando di una guerra in particolare, ma del conflitto e dell’ideale di nemico, ci si sono ritrovati facilmente. Di tanti articoli e critiche che sono uscite negli anni, quello che mi è rimasto più impresso è un bambino che durante un incontro mi disse: “ Per noi, il nemico sono quelli della classe a fianco.”

 

C’è un’altra storia di solidarietà che ti piacerebbe raccontare?

Per adesso no. Al momento sto lavorando a un libro che parla di un altro episodio vero, ma poco conosciuto, e che riguarda la Svizzera, dove sono nato. Ma il punto centrale della storia non è la solidarietà, e anzi, la storia non finisce bene. Per il resto, sto curando come art director una raccolta di storie che non sono di solidarietà, ma semplicemente positive. Dentro c’è solidarietà qualche volta, ma anche amicizia, ostinazione, condivisione, ingegnosità e tantissimi altri temi.
La mia preferita per adesso rimane questa, perché mi piace in sé e perché sono un nerd e quindi fan di Ironman e degli Avengers.

Le parole in un albo illustrato devono sempre essere calibratissime: come trovi il giusto equilibrio?

Non lo so. Ogni storia, secondo me, ha un suo equilibrio naturale. Penso che si trovi con la pratica.
Io quello che faccio è sempre rileggere le mie storie come se le stessi leggendo ad alta voce davanti a un pubblico. Trovo il ritmo con il fiato della narrazione orale.

 

Il bello di lavorare con Isabella? Quale parte del suo lavoro ti ha emozionato di più?

Il lavoro di Isabella è molto particolare, lento e accuratissimo. E’ da anni che desideravo lavorare con lei, conoscendo i libri che faceva in Oriente. Mi sembra che il lavoro sia stato molto tranquillo. Ci siamo sentiti poche volte. Isabella ha fatto la sua ricerca per i personaggi, poi uno story.
Non abbiamo discusso quasi nulla. Ci sono stati dubbi solo sulla copertina, mi pare.
Mi piace molto il volto che ha dato ai due fratellini e la tavola che preferisco in assoluto e quella in cui mangiano a tavola.

 

Due battute solo con Isabella…

 

Isabella, le tue illustrazioni sono molto realistiche: da dove è partita la tua ricerca iconografica?

Come dicevo prima, sono partita dalle foto di famiglia, quelle scattate da mio padre, dagli album ereditati dalle prozie, quelli comprati nei mercatini, tutti meticolosamente catalogati e conservati. I due ragazzini protagonisti sono i figli di un’amica. Ho raccontato loro la storia, poi, seguendo le bozze già pensate, hanno posato per me un paio di pomeriggi. Devo dire che sono stati grandiosi, pazienti, e molto stimolanti. Le due mamme adottive sono interpretate in realtà dalla stessa persona. Essendo due sorelle, potevano mostrare una vaga somiglianza, ma dovevano avere due personalità molto diverse. Quindi abbiamo scelto abiti diversi, pettinature diverse, espressioni diverse e tutto ciò ha funzionato (questa mia amica ha trovato abiti d’epoca in casa della nonna, è stato molto divertente). Il pane con la W dei partigiani è stato preparato da mio marito, le mani che fanno i tortellini sono quelle di mia madre, che ha posato anche per un interno del treno. Il servizio di piatti in tavola era della prozia, come la macchina da cucire e il tavolino da toeletta. Quando ho iniziato a mettere insieme le bozze quello che non era in casa era poco distante, basta saper guardare.

 

Il bello di lavorare con Davide? Qual parte del suo lavoro ti ha emozionato di più?

Sicuramente la sintonia. Non abbiamo dovuto parlare molto: il testo era praticamente perfetto, le matite sono andate bene da subito. Ricordo il meeting su Skype con Fausta Orecchio, che mi proponeva il progetto. Una mamma al centro, che si nasconde con pudore, coperta da uno scialle nero da vedova. Una mamma a sinistra e una a destra, tre in tutto. In mezzo due fratelli, uno cerca il tuo sguardo per invitarti a fare un po’ di strada con loro e conoscere la loro storia, che è anche la nostra. La copertina mi è arrivata così, ‘vista’ nei pochi secondi in cui Fausta mi spiegava a cosa si riferisse il titolo. Leggere tutto il testo è stato emozionante, l’ultima frase è stata commovente, quella che più mi è rimasta nel cuore.

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