Del Bestiario d’Italia di Gabriele Pino abbiamo parlato spesso, ma questa è un’occasione davvero speciale, perché Roberta Balestrucci Fancellu lo ha seguito nel suo viaggio in Sardegna, alla ricerca di nuove storie e nuove creature. Ecco il suo poeticissimo ritratto di un illustratore che sa guardare oltre (l’orizzonte e le ovvietà).

 

Signore e Signori, vi presento Gabriele Pino.
Un illustratore con l’ansia di Infinito.
Dai mari ai monti in un viaggio nella magia senza tempo.

di Roberta Balestrucci Fancellu

 

“La domanda a cui cercherò di rispondere
è la seguente:
Perchè gli uomini invece di stare fermi
se ne vanno da un posto all’altro?”

Bruce Chatwin

 

Per gli Incontri e per le magie che si rincorrono nelle nostre vite.

Credo di esserne certa, non del tutto, però credetemi se vi dico di esser stata testimone di una delle magie più belle in assoluto.

Quest’estate ho incontrato un giovane ragazzo. Tra i capelli aveva incastrato una foglia di fico, e tra le mani teneva un libro. L’aveva scritto e illustrato lui stesso. Nei suoi occhi si leggeva la forza di un’impresa giunta quasi a buon fine, dico quasi perché in realtà il suo viaggio era appena iniziato.

Credetemi immaginarlo con uno zaino in spalla, matite e quaderno sotto braccio non è stato difficile, specialmente quando gli ho sentito pronunciare queste parole: “Sono partito da Cigliano dove vivo e ho attraversato l’Appennino in cerca di bestie fantastiche, ma non solo creature legate alla tradizione, ma anche di persone particolari, persone che tutto sommato stanno lì a guardia della città. Persone che tutti conoscono, e che per tutti sono un punto di riferimento. E’ nato il Bestiario d’Italia, la spina dorsale”

Ed è qui che qualcosa si è mosso.

La spina dorsale.

La spina dorsale di ognuno di si forma e solidifica con le storie, preziose alleate nei momenti più difficili. Balsami da sempre nei momenti bui, e da sempre legami e intrecci tra gli uomini.

Mentre lo ascoltavo, per un attimo ho immaginato un altro grande uomo che aveva compiuto una simile impresa e aveva raccolto buona parte delle storie che facevano parte della narrazione orale, tessendo e cucendo forti legami tra la terra, il fantastico e gli uomini, il suo nome? Italo Calvino.

Ma non solo.

Non potevo non sostenere quel progetto, o quella follia, a voi la scelta, perciò proposi a Gabriele di raggiungermi in Sardegna in un giorno qualunque dell’anno, in un momento qualunque della vita.

E sinceramente gli sono grata per aver accettato il mio invito, e in un pomeriggio di fine ottobre la nostra avventura durata ben 1.200 km a spasso per la Sardegna ha avuto inizio.

Tra una chiacchiera e l’altra, la voglia di sapere e di conoscere di Gabriele, nella mia testa risuonava una delle canzoni più care a noi sardi, cantata da un uomo speciale quale fu Andrea Parodi, un uomo veramente magico per noi, ma c’era qualcosa altro.

Nella sua voglia di conoscere risuonavano le parole da sempre cantate da Parodi:

“Se avessi potuto prendere tutto in una volta
la luce delle stelle e del sole
e il bene dell’universo,
mi sarei immerso come un palombaro
in fondo al mare per donarti vita,
sole, terra e mare.”

Ecco.

E’ stato così che ho capito la sua ricerca, la ricerca di “un mondo bellissimo e ricco di ogni bene” per ogni persona che ha incontrato.

Le domande di Gabriele sembravano arrivare da un mondo altro ed erano pronte ad arrivare a un confine sottile, un limite dove nessun sardo avrebbe mai osato arrivare con un “continentale”, e lui invece…

Nella sua curiosità eccolo lì, sporgersi come una capretta sull’orlo del precipizio, sull’orlo dell’infinito.

Cercare le piccole Janas nelle loro case baciate dal sole, ipotizzare l’utilizzo dei nuraghi alti e fieri sulle colline di Macomer, passeggiare sulla linea dei Betili, una linea che i nuragici avevano creato come ponte tra la vita e la morte, camminare tra i boschi, guardare negli occhi i nostri Giganti senza paura, ma con una confidenza tale da sembrare scambiarsi segreti nascosti a noi tutti da secoli. E cosa dire quando durante il momento di caos, di festa nel paese di Mamoiada l’ho perso per poi trovarlo a parlare in una cucina con gli abitanti del posto e ascoltarli raccontare le storie de Sa Mama ‘e Su Sole, o de Juanne de Sette Berrittas stringendo in mano un calice di vino, il migliore.

Il vino tenuto in cantina per le persone speciali, persone con le quali si può parlare, aprire casa, e condividere antichi segreti, usanze e detti che non tutti capirebbero.

Raccontare le Maschere, parlare degli uomini che da tali si perdono e cercano la luce attraverso i fuochi di Sant’Antonio nel mese di gennaio. Spostare lo sguardo e vedere una matita che corre veloce su un foglio per non perdere una sola virgola dei racconti cantati e delle immagini che arrivano fiere sulla carta.

Domande, risate (TANTE!) e una luce negli occhi di Gabriele che mi ha ricordato un’altra piccola grande tessitrice affamata di infinito.

Una piccola donna che spero finisca nel suo lavoro, ma ne sono sicura, perché chi nasce da un Dio Distratto, di sicuro finirà nel lavoro di Gabriele.

Rincorrerlo è stato non facile, ma la speranza che il suo lavoro possa andare avanti qui sull’Isola del Vento mi fa ben sperare che i fili ora tesi in questi giorni troveranno il loro posto nel secondo volume del grande telaio del Bestiario d’Italia.

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