Ecco una di quelle interviste che vanno lette dandosi i tempi giusti, immergendosi in un vissuto che ha l’intensità di un romanzo, attraversando le storie che vi sono contenute con la consapevolezza che se ne uscirà un po’ più ricchi. Mariapaola Pesce ha incontrato (anzi, rincontrato) Roberta Grazzani e si è fatta raccontare cosa c’è dietro la sua penna calibratissima, eppure così immaginifica. Ringrazio di cuore Mariapaola, non solo per questa bella intervista, che ci restituisce uno spaccato dell’editoria per bambini e ragazzi fatto di anima e cuore, ma anche per avermi fatto conoscere Roberta personalmente. Incontro che mi resterà caro sempre.

 

Confidenze tra amiche

di Mariapaola Pesce

Non incontro Roberta Grazzani da anni. La incontrai per la prima volta circa vent’anni fa in una felice occasione, poi impegni, scelte, traslochi ci hanno tenute a distanza. Ho sempre sentito un legame reso tenue solo dalla distanza, ed oggi, come la prima volta, è la fortuna che mi permette di riavvicinarmi ad una scrittrice che amo e stimo per la pulizia della sua lingua e per la forza del suo spirito. Sono felice che abbia accettato di rispondere ad alcune mie domande, e che lo abbia fatto nel solo modo che conosce: con sincerità, introspezione e rispetto per chi leggerà le sue parole.

 

Hai cominciato a scrivere molto giovane e hai una produzione di tutto rispetto, che comprende romanzi e racconti, sempre per ragazzi. Qual è la misura che preferisci? Il romanzo, il racconto. Oppure?

Ho incominciato a scrivere a quindici anni con un racconto, semplicemente perché a quell’età non avevo ancora argomenti per inoltrarmi in un romanzo e poi lo stile era quello, appunto, di una ragazza appena adolescente. Anche se poi, tre anni più tardi, quel primo racconto venne pubblicato.
Per lungo tempo il racconto ha avuto la precedenza perché, avendo diretto per decenni una rivista per bambini, il mio impegno mensile era la pubblicazione di una storia breve, che volente o nolente, con ispirazione o senza, ero costretta a scrivere. Per me le storie brevi, reali o fantastiche, che scrivevo periodicamente sono state una palestra per il romanzo, una sorta di scuola, creatasi nel tempo, che mi ha reso capace di autocritica. Oggi non faccio distinzione fra racconto e romanzo. Sono storie. Mi si propongono, le scrivo.

 

Tu sei una autrice “buona” nel senso che la tua è una narrativa di buoni sentimenti: un tuo lupo accetta di smettere di mangiare pecore, e tuoi bambini salvano un delfino…perfino le tue streghe fanno dispetti ma non sono poi così tremende. Hai mai la tentazione di raccontare di personaggi cattivi? E di divertirti a fargli fare qualcosa di pericoloso?

Nessuno mi ha mai definito una autrice “buona”. La mia narrativa di buoni sentimenti, come la chiami tu, in realtà è un metodo o se vogliamo un tentativo di ricercare, in qualsiasi situazione critica, il lato positivo. Mi vengono spontanei una lettura e un giudizio, non tanto a giustificazione del cattivo, ma piuttosto per sottolinearne la debolezza. O, anche, la possibilità di cambiare. Raccontare di personaggi cattivi, lasciandoli cattivi è possibile, e l’ho fatto in alcuni romanzi, ma alla fine, come succede comunque sempre nei libri per ragazzi, non è il cattivo che vince. A meno che non si tratti di storie che raccontano la realtà e allora bisogna stare ai fatti.

 

E invece hai mai avuto la tentazione di scrivere per adulti?

La tentazione di scrivere per gli adulti, che in verità è un desiderio, ce l’ho sempre. E nei miei molteplici appunti e progetti, ci sono già storie delineate per questo. Quello che manca per la loro realizzazione è il tempo. Spero di farcela in futuro, anche se il tempo del mio futuro si fa sempre più breve.

 

Ti propongo tre parole di cui ti chiedo la tua opinione: ispirazione, blocco dello scrittore, target. So che sarai sincera nel dire cosa ne pensi

Non so che cosa sia l’ispirazione. Sono stata abituata a scrivere in qualsiasi momento, come d’altra parte credo faccia chiunque lavori in una redazione. Certo si ha bisogno del momento propizio che permetta la concentrazione, si cerca il silenzio, si sceglie, se è possibile, uno spazio sia fisico che mentale, talvolta anche un’atmosfera. Ma tutto questo non c’entra con l’ispirazione. Se io avessi aspettato l’ispirazione quando, a poco meno di vent’anni, incominciò la mia avventura di narratrice non avrei fatto molta strada.
Qualche volta mi assale il rifiuto e, perfino la paura, a iniziare un lavoro di scrittura, perché so che dovrò calarmi in una situazione che chiede sforzo e fatica e può creare sofferenza. Altre volte la fatica di scrivere mi rende pigra, rimando il momento, faccio altre cose, mi prendo in giro. Non credo però che tutto questo possa essere definito “blocco dello scrittore” dal momento che (come per l’ispirazione) lo si può eliminare con uno sforzo della volontà. Non conosco altri tipi di blocchi.
Rispetto al target, ritengo che per alcuni lettori e per alcune storie lo stile e il linguaggio debbano essere adattati all’età. Per altri meno, per altri ancora meno. Non è possibile fare una classificazione esatta. Io, fra l’altro, non sarei un buon esempio, perché fin da piccola ho letto libri di ogni tipo di target. Ci sono storie per bambini che attirano gli adulti e viceversa. Ci sono storie per adulti che i bambini capiscono benissimo. È tutto molto relativo. Faccio un esempio che mi riguarda. I tredici libri che finora ho pubblicato con PIEMME sono stati tutti inseriti (escluso uno per i più piccoli) nella fascia di età che va dai 7 anni in avanti. In realtà la maggior parte di quei libri sono stati adottati in classi superiori alla quarta elementare e alcuni addirittura nelle prime classi della scuola media.

 

Qual è il tuo rapporto con il tuo pubblico?

Il pubblico dello scrittore è un’entità sconosciuta. Seduto davanti a un foglio di carta o a una tastiera, lo scrittore è solo, anche se sa che c’è e ci sarà qualcuno al di là del silenzio a condividere le sue parole. Questo succede anche a me da quando scrivo libri, mente non era così quando scrivevo per “Giovani Amici”. Fra il mensile e i giovani lettori c’era un rapporto diretto.
Ogni giorno sulla mia scrivania arrivavano decine e decine di lettere, indirizzate non tanto a me, quanto ai personaggi che creavo: Piccola Coni, Talpa Cesira, Tasso Francesco, Popotus… Il personaggio che riceveva più lettere era il Pagliaccio Fiordaliso, che rispondeva ai lettori, non solo sul giornale ma anche privatamente. Ogni tanto, però, qualcuno di quel pubblico di bambini, diventato grande, riprende a scrivermi. Sono mamme lavoratrici e casalinghe, qualche papà, nonni e zii. C’è perfino un cantautore e un chitarrista di Blues, famoso nel mondo. Mi scrivono come se il tempo non fosse passato, riallacciano dei fili. È come se arrivasse una risposta, dal silenzio del tempo, a conferma che loro c’erano e la fatica non è stata vana. E anche se io non sono più un pagliaccio, né una talpa né una coniglietta e neanche un ippopotamo e non vado nemmeno più agli incontri nelle scuole e le cose sono cambiate, bastano le loro parole, una mail, una lettera a dire che il pubblico c’è ancora. Rimane solo un po’ di nostalgia per quelle letterine colorate, piene di cuoricini e di baci che riempivano la scrivania.

 

In qualità di art director hai anche scoperto nuovi autori e accompagnati alla prima pubblicazione. Cosa ti fa dire che sarà un buon autore quando decidi di scommettere su uno di loro?

Di quello che potrà essere a mio giudizio un buon autore, mi colpisce per prima cosa il linguaggio quando è in uno stile essenziale e privo di enfasi. E quella genialità unica, diversa e personale per ogni autore, che riesce a rendere interessante il banale, come può essere un gesto o una situazione. Il resto poi viene da sé nella lettura, a suggerire la fisionomia dell’autore, insieme alle sensazioni emergenti. Il mio lavoro di art director, sia per la collana “I Gatti bianchi” che per “Vita e Pensiero Ragazzi” è stato più volte un trampolino di lancio per giovani autori che si sono poi rivelati importanti, come Beatrice Masini e Maria Vago o addirittura sono diventati famosi e tradotti in tutto il mondo come Davide Calì, che esordì a 29 anni nei Gatti Bianchi con due genialissimi romanzi per bambini “Storie di Alfonso e del suo cane Boris” e “Il gatto verde”. Di Davide mi colpiva la pacatezza nel raccontarsi, quando ci si parlava. Fin da allora nella sua scrittura emergeva lo stile: completamente nuovo, somigliante a nessun altro. Un misto fra semplicità e genialità. Attraente.

 

So che scrivi i tuoi romanzi in un posto ben preciso, da molti anni, un appartamento che guarda verso il mare. Che rapporto hai tu con il mare?

In quel piccolo appartamento mi rifugio da anni per raccogliermi nel silenzio e scrivere senza che nessuno mi interrompa. Il luogo, in Liguria, l’ho scoperto per caso, anni fa. È un piccolo monolocale con una grande finestra sul mare, dal quale mi separano pochi metri di strada provinciale. Scrivo tutto il giorno, seduta al tavolo, rivolta verso il mare aperto. Se alzo gli occhi non ho muri né case, davanti a me. Solo due palme e quella distesa infinita di acqua che si muove e cambia forma e colore. Non so spiegare che rapporto ci sia fra me e il mare. Lo sento come una presenza viva e da quella presenza mi viene un senso di protezione e di pace. Quando dopo ore di scrittura, alzo gli occhi e mi ritrovo davanti il mare che mi guarda, e vedo gabbiani passare nel cielo e una nave bianca in lontananza che scivola silenziosa con il suo carico di destini diversi, sento che non ho bisogno d’altro se non di quella immagine.

 

Mi piacerebbe sapere cosa legge Roberta: autori, generi, stili

Caspita, mi chiedi di citare autori, generi, stili! Faccio solo qualche accenno, sarebbe troppo lungo dire di più. Da quando, a sei anni, ho imparato a leggere non ho fatto che divorare libri di ogni tipo. Pensa che a otto anni, avendo letto tutti i libri della biblioteca scolastica, la maestra mi portava i suoi da casa. Erano quasi tutti libri di narrativa per adulti, fra cui Pirandello, di cui lessi tutte le Novelle per un anno, scandalizzandomi parecchio per alcune descrizioni bucoliche. Un po’ più avanti nell’adolescenza ho scoperto gli autori americani e inglesi, più tardi i russi da Cechov a Dostoevskij a Tolstoj a Gogol a Puskin a Turghenjev che ora dopo anni ho ripreso a leggere. Recentemente con la stupefacente “Storia della pioggia” ho conosciuto Niall Williams, ed è nato un rapporto stretto con gli autori irlandesi e la loro scrittura, analitica ma non prolissa, che rende affascinanti semplici storie di vicende quotidiane. Per lo stesso motivo mi sto appassionando ad alcuni autori norvegesi, come Levi Henriksen. Da poco con “Le nostre anime di notte” ho scoperto la trilogia della natura dell’americano Kent Haruf di cui inseguo le ultime uscite. Alcune grandi autrici hanno un posto speciale nella mia lista personale. Due sono americane, ovvero Emily Dickinson e Flannery O’Connor, mentre le altre sono le tre sorelle Emily, Charlotte e Anne Bronte. E non posso dimenticare l’amata Jane Austen. E poi c’è “Il vecchio e il mare” di Hemingway. Questo racconto è la mia guida, la luce che si accende quando, mentre scrivo, non riesco a superare una difficoltà nello stile, nell’aggancio a un periodo, nel ritmo stesso. Apro il libro anche a casaccio, leggo qualche riga, un periodo, una riflessione e subito ritrovo il ritmo per la mia scrittura. Il vecchio e il mare viaggia sempre con me.

 

Che cosa non hai mai scritto, ma ti piacerebbe ancora sperimentare?

Con precisione non lo so. Ho sperimentato il racconto, la fiaba, il romanzo nei suoi vari stili e sfaccettature, il fumetto, la sceneggiatura per il teatro. Ma mi sembra di non avere scritto abbastanza. Ho tante storie dentro di me che vorrebbero essere raccontate. Tanti argomenti e personaggi. Situazioni e avventure. E soprattutto sono sempre là, a quei luoghi ancora oggi incontaminati che sono stata costretta a lasciare nell’adolescenza. Ai prati, ai boschi, agli acquitrini, alle sorgenti. A quel fiume dalle acque scure e le spiagge bianche. Vorrei raccontare, dire, descrivere quello che ho lasciato, me lo sogno spesso. In questi ultimi tempi ho scritto un romanzo per adolescenti, che è in lettura da Piemme. Si intitola: “Seduti sulla riva del fiume”. Èuno di quei ritorni, ma non basta. C’è molto ancora da dire.

 

Prima di salutarti ti lascio uno spazio personale. Raccontaci qualcosa di speciale su uno dei tuoi libri e che non hai mai raccontato prima

Avevo poco più di trent’anni quando decisi di parlare di me, con un racconto di cui avevo bisogno di liberarmi prima di addentrarmi definitivamente nella scrittura per i bambini. Intitolai “Il primo inverno” il libro che ne uscì. Parlavo di me, in prima persona e raccontavo di quell’inverno metaforico della mia vita, quando a quattordici anni dovetti lasciare la scuola per andare a fare la dattilografa a Milano. Ero la maggiore di cinque fratelli, mio padre era operaio e la vita era difficile.
Non lasciai solo la scuola, ma anche il mio paese in riva all’Adda, dove ero cresciuta, e tutto un mondo felice fatto di libertà e di grandi affetti. Si interrompevano sogni e meravigliosi progetti: continuare la vita con le amiche della mia adolescenza, proseguire gli studi con loro…Fu una tremenda lacerazione di cui porto ancora la cicatrice.
All’improvviso mi ritrovai trapiantata a Milano, con la mia famiglia, in un appartamento piccolissimo. Era scomparso per sempre quel mondo fatto di prati e boschi, ruscelli e sorgenti, dove ero vissuta libera e selvatica come una volpe. Raccontai tutto questo nel Primo inverno, con lo stile di una cronaca giornalistica, senza troppo abbandonarmi ai rimpianti (che invece c’erano) cercando stoicamente di trasmettere il positivo di quel cambiamento al mio giovane pubblico.
Il libro venne pubblicato all’inizio degli anni ottanta dall’editrice La Scuola di Brescia e fu adottato nelle scuole medie con varie riedizioni fino a metà degli anni novanta. Fra le diverse lettere che ricevetti dalle lettrici adolescenti ne ricordo una che mi emozionò. La lettera era breve, poche righe. La ragazza non aveva tante cose da dirmi ma era decisa a consolarmi per quella lontana sofferenza, come se fosse la sua. Lessi e rilessi più volte le sue parole di conforto e mi fermai sull’ultima frase che ancora adesso porto con me, fotografata negli occhi e incisa nel cuore.
“Lei – scriveva la ragazza – non ha pianto quando è iniziato il suo lungo inverno, ma ho pianto io per lei”. Ricordi quanto dicevo che dei miei personaggi “cattivi” io vedo la debolezza, e cerco il lato positivo?

 

Grazie per questa condivisione così intima, e calda! C’è un seguito a questo primo inverno?

Sì, c’è un seguito che mi fa riflettere su quel lontano “positivo” che mi ero ostinata di individuare e che arrivò inaspettato. È l’inizio della mia avventura di narratrice.
Erano gli anni sessanta. A diciotto anni, lasciata l’azienda dove in una specie di esilio per quattro anni avevo fatto la dattilografa, capitai a lavorare in Università cattolica, un posto assolutamente speciale. Assunta nell’ufficio del direttore amministrativo, divenni la sua segretaria e quando lui, il mio capufficio, scoprì per puro caso e a pochi mesi dall’assunzione, che scrivevo racconti fin da quando ero bambina tutto cambiò molto velocemente e in modo inaspettato. Mi fu assegnata la responsabilità redazionale di Piccoli Amici e Giovani Amici, due riviste che la Cattolica inviava gratis a un pubblico di bambini. Si trattava di giornaletti di poche pagine a due soli colori, il rosso e il nero, e in redazione, dopo di me, non c’era nessuno…
Ma lì, in quei pochi metri quadrati di redazione, sepolta da montagne di appunti, lettere, disegni, bozze si realizzava il mio sogno di bambina. Davanti a me, invisibili ma reali, c’erano i sessantamila lettori di Piccoli Amici (bambini dai 5 ai 7 anni) e i quarantamila ragazzini preadolescenti di Giovani Amici. Li sentivo presenti, mi scrivevano, facevano domande, mandavano proposte e critiche. Più tardi, agli inizi degli anni settanta, i due mensili vennero fusi in uno solo, Giovani Amici, che si trasformò gradatamente e divenne nel tempo, e fino agli anni duemila, uno dei migliori mensili per ragazzi in Italia.
L’avventura iniziata per caso (se è lecito chiamare “caso” un disegno provvidenziale) non ebbe più fine. Ero giovanissima. Imparai a raccontare, mi perfezionai, cercai il mio stile, che si fece sempre più snello, mentre ogni mese dai tasti della mia macchina da scrivere nascevano racconti e fiabe.
In quell’ambiente venni ripagata delle molte rinunce subite. Fui facilitata nel proseguimento degli studi e quel direttore amministrativo che scoprì la mia attitudine a scrivere, mi aiutò nella crescita umana e intellettuale. Era nello stile di quella persona aiutare il prossimo a scoprire in sé stesso le linee del cammino da percorrere. A me quell’uomo lungimirante indicò la strada della conoscenza.
Ora, a distanza di decenni, mentre gli anni incalzano, mi pare che il tempo si sia come raccolto in un’unica storia. E il passato si sia fatto tutto presente.

 

Anche questa volta parlare con Roberta è stato magico; porto con me la curiosità di sapere chi sia il famoso chitarrista blues, ma so che non ce lo dirà, e la certezza che Davide Calì sarà felice di leggere queste parole da parte di chi lo ha accompagnato all’esordio di carriera fortunata e florida. Più di tutto, però, mi resta la gratitudine per lo spiraglio che ci ha aperto sui suoi sentimenti e ricordi più intimi senza fronzoli, o reticenze, e la sensazione che, per quello che la riguarda, ci sia ancora tanto, tanto da raccontare!

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