Quando qualche sera fa ho visto Aquile Randagie sono uscita dalla sala con la sensazione, straniante e rasserenante nello stesso tempo, di aver in qualche modo già attraversato molte delle scene della pellicola. Parlo delle sequenza girate in montagna, delle panoramiche sui boschi e i prati della Val Codera, delle storie che su quei sentieri si sono intrecciate, del dolore di chi ha dovuto lasciare tutto per tentare di salvarsi, delle mani tese in aiuto, della Storia che, nonostante tutto, ha ceduto il passo all’Umanità e al calore.
Della ribellione che guarda prima di tutto al cuore.

 

Il film di Gianni Aureli che racconta con grande passione la storia del gruppo di scout di Milano e Monza che dopo il 9 aprile 1928, quando lo scautismo fu dichiarato soppresso dal Regime fascista, continuarono a svolgere le loro attività in clandestinità, mi ha fatto pensare alle tante storie di ribellione e generosità che proprio negli stessi anni hanno costellato anche i sentieri delle mie montagne, quella parte di Valtellina dove sono cresciuta. I boschi dove si stratificano i miei affetti e i miei ricordi. Ed ecco che, mentre guardavo Aquile Randagie (fra l’altro, dalla scomodissima prima fila di un cinema gremito di gente), i racconti che appartengono alla memoria della mio paese, quegli aneddoti preziosi che negli anni hanno disegnato l’identità di Ponte e che così spesso ho sentito da bambina, sono improvvisamente diventati una fotografia dai contorni nitidi. Una fotografia senza ideologia politica, proprio come la immaginavo a 10 anni. Perché non è importante da che parte stai, ma solo quanto sei disposto a donarti agli altri.
Proprio come il gruppo degli scout che decisero di chiamarsi Aquile Randagie, a sottolineare la loro costrizione alla clandestinità, ma nello stesso tempo il loro spirito libero, la tenacia nel restare ‘fedeli’ ai propri ideali. Uno su tutti, la fermezza nell’offrire aiuto al prossimo, al di là di qualsiasi credo religioso, ideologico o politico. Una generosità del darsi e nel rischiare la propria vita per gli altri che nel film sa smuovere corde profonde e accende interrogativi. Impossibile non riflettere sull’urgenza, attualissima, di pensare all’altro. Con uno sguardo aperto, generoso e coraggioso, pronto a spingersi oltre.

 

La vicenda

Il 9 aprile 1928 lo scautismo fu dichiarato soppresso dal Consiglio dei ministri. Ma un gruppo di ragazzi disse no…
Si chiamavano Aquile Randagie, facevano parte del gruppo scout di Milano e Monza e continuarono a svolgere le lori attività in clandestinità.

Usando messaggi in codice e cifrati per non venire scoperti, quei ragazzi continuarono a ritrovarsi, utilizzando la Val Codera (provincia di Sondrio), per le attività clandestine, i campi estivi, i fuochi serali. Li guidavano Andrea Ghetti, del gruppo Milano 11, detto Baden, e Giulio Cesare Uccellini, capo del Milano 2, che prenderà il nome di Kelly, e che ebbe anche il soprannome di Bad Boy, affibbiatogli da J.S. Wilson, all’epoca direttore del Bureau Mondiale dello Scoutismo. Il fascismo non li ignorò. Li seguì, li osservò da lontano e si fece sentire: in una notte d’autunno, Kelly fu picchiato a sangue e ci rimise l’udito da un orecchio.
Ma questo non bastò a fermare le Aquile. Dopo l’8 settembre 1943, insieme a Don Giovanni Barbareschi e ad altri parroci milanesi, diedero vita all’OSCAR (Organizzazione Scout Collocamento Assistenza Ricercati) che si impegnò in un’opera di salvataggio di perseguitati e ricercati di diversa nazione, razza, religione, con espatri in Svizzera attraverso i boschi e i monti che nessuno conosceva meglio di loro. E furono oltre 2000 le persone che riuscirono a salvarsi grazie al loro aiuto. Infine, coerenti alla promessa fatta di aiutare sempre il prossimo, il loro servizio si concluse proteggendo la vita, a guerra finita, ai persecutori di ieri, salvando per quegli stessi sentieri gerarchi nazisti che furono consegnati alle autorità svizzere per avere un giusto processo, dalla giustizia degli uomini.

È la loro storia che si racconta in questa pellicola. Una storia fatta di piccoli e grandi gesti: dalle canzoni intorno al fuoco alle lunghe camminate sui sentieri impervi per portare in salvo ebrei, perseguitati politici e chiunque avesse bisogno di fuggire dalle persecuzioni, e da una morte quasi certa. Una storia in cui si intrecciano le vite dei giovanissimi scout (interpretati per lo più da attori esordienti) a quelle di personaggi storici come il Cardinale Schuster, monsignor Montini (che sarà poi Paolo VI) e, naturalmente, Sir Robert Baden Powell, il fondatore dello scoutismo internazionale.
Quella delle Aquile Randagie è quindi prima di tutto una storia di coraggio, di rifiuto dell’odio, di fedeltà e di ribellione. Una storia da guardare tutti insieme, grandi e ragazzi, perché ci parla del valore del gruppo e della condivisione. E insegna che cambiare il mondo si può.

 

Un invito a non arrendersi

Il film di Gianni Aureli, non solo ha il grande pregio di saper parlare su vari livelli ai giovani di oggi, invitandoli a riflettere su una pagina della resistenza italiana così poco conosciuta e a perseguire con coraggio e determinazione i propri ideali sempre, ma racconta anche di una storia nella storia: quella della realizzazione del film grazie a una campagna di crowdfunding che ha permesso di raggiungere un obiettivo importantissimo. Aquile Randagie, che ha esordito lo scorso luglio al Giffoni Film festival e che è uffcialmente nelle sale da fine settembre, oggi sta raccogliendo un amplissimo consenso da parte del pubblico. E la cosa non mi stupisce.

Un frame dal film (foto di Matteo Bergamini/Scout)

È un film schietto, ma garbato. L’ho amato molto non solo per i paesaggi montani (bellissime le riprese dal drone) che appartengono anche alle mie radici e alla mia memoria, ma soprattutto perché ha saputo arrivare al punto senza forzature, senza calcare la mano. Solo mirando al cuore. Perché, come dice il regista stesso, «la memoria, in tempi in cui tutto si crea e si distrugge in pochi minuti, è qualcosa da conservare e nutrire».
Non perdetevelo!

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