Una volta all’anno, in una notte di mezza estate, arrivava la balena.
Era mio padre ad avvertirmi.
Mi mandava a letto prima del solito e poi, a un certo punto della notte, veniva a svegliarmi.

Quando ho aperto per la prima volta La notte della balena sapevo esattamente come entrarci (con la curiosità e la meraviglia di chi sa che dentro c’è moltissimo del suo autore), ma non sapevo come ne sarei uscita (con la sensazione di dover cercare anche io la mia balena in cielo). Attraversare le tavole e la storia (non solo quella immaginata, ma anche quella reale) di Peppo Bianchessi rappresenta un bellissimo viaggio nel viaggio. Non solo quello del protagonista, che crescendo finalmente riesce a trovare il senso di una grande perdita e a guardare la sua vita da un altro punto di vista, ma anche il viaggio che riguarda più da vicino il vissuto del lettore. Perché la balena in fondo non è altro che “qualcosa che ognuno può vedere e interpretare a suo modo: potrebbe essere uno dei suoi ricordi più belli, di quelli che riscaldano, che abbiamo chiuso in una palla di vetro…”, come mi ha detto una volta Peppo. E gli sono grata per l’emozione che questo albo mi regala ogni volta che lo apro e lo riattraverso.

Se volete sapere qualcosa di più su Peppo Bianchessi e la sua arte, leggete qui.

La notte della balena, di Peppo Bianchessi con Pierdomenico Baccalario, Rizzoli

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