La cosa che mi manca di più in queste giornate sono le mie montagne. Le radici, la famiglia, i paesaggi del mio cuore. Che sì, con i miei ci vediamo su Skype e ridiamo anche, ma non è lo stesso. E mi mancano i racconti di mio padre, che sa che mi piace molto ascoltare i suoi ricordi di quando era bambino. Ricordi che spesso hanno un sottofondo di tristezza, ma che mi hanno sempre fatto pensare alla capacità dei bambini di trarre beneficio anche dalle situazioni più difficili. E di continuare a sorridere, sempre e comunque.
Oggi è la festa del papà e ringrazio il mio per aver condiviso i suoi ricordi, che mi hanno regalato immagini e cartoline di un paese che tanto amo. E della sua umanità.

Quello che segue è il frame di un racconto che contiene una di quelle fotografie, che in giornate come oggi, quando la nostalgia è più forte, mi piace riguardare (e riascoltare).

 

L’acciuga

La grande casa questa volta le sembrò persino più grande. E più sola. Un gigante addormentato su un prato spoglio che guardava il paese e, più sotto, un’ampia fetta della valle.
Laura raccolse tutto il suo coraggio e imboccò la passatoia in sasso che collegava la strada direttamente al primo piano. Quel passaggio sospeso le ricordava i ponti levatoi dei castelli medievali che aveva studiato a scuola. Sembrava di stare dentro un altro tempo e forse era davvero così.
Non c’erano protezioni ai lati e quando, giusto a metà tra la strada e la porta d’entrata, decise di sporgersi per vedere cosa ci fosse sotto, con i piedi inchiodati ai sassi e il corpo rigido come un fusto, si sentì formicolare le gambe e la pancia. E per un attimo penso che di sicuro sarebbe caduta sui rovi. Respirò e si disse che per non cadere doveva fissare un punto davanti a sé, proprio come quando nell’ora di ginnastica doveva camminare sulla trave e le pareva impossibile.

La porta era già aperta e le bastò fare un po’ di forza sul legno gonfio di umidità e tarli perché si spalancasse su un pavimento grigio di polvere e detriti, su pareti scrostate che molti anni prima dovevano essere dipinte a piccoli motivi floreali che a tratti si intuivano ancora. nel mezzo di quel grande locale il pavimento aveva ceduto, portando con sé un tavolo e quello che restava di una vecchia credenza. Laura entrò senza pensare che quelle assi incerte avrebbero potuto cedere in qualsiasi punto sotto il suo peso. In bilico, sulle punte dei piedi, si allungò il più possibile su quella voragine. Doveva trovare il modo di scendere lì sotto, al piano terra, e scoprire che cosa contenesse quella credenza.
Marco le aveva parlato spesso della cucina dove lui e il nonno tracorrevano la maggior parte del tempo, perché era l’unico locale della casa riscaldato. Nell’angolo in fondo la bambina vide la carcassa di una vecchia cucina economica, più ruggine che altro, senza più tubi. il nonno di Marco su quella stufa cucinava, nel forno cuoceva il pane e sopra stendeva i panni ad asciugare. laura era sempre stata affascinata da quei racconti, soprattutto da quello dell’acciuga appesa al soffitto, dove a turno vi si intingevano i bocconi di polenta perché guadagnassero un po’ di sapore. L’amico le aveva raccontato che si trattava di un’usanza veneta e che il nonno l’aveva fatta propria per necessità. La bambina sprofondò per un attimo in quei ricordi e cercò di immaginare dove si potesse appendere un’acciuga in quel grande locale. Ma non fece in tempo, perché l’asse su cui aveva rischiato l’appoggio cedette e fu solo la sua mano agganciata a quel che restava dello stipite della porta ad evitarle il volo.

Il cuore pareva scoppiarle in petto, le sembrò di non averlo mai sentito battere così forte, in un misto di terrore e orgoglio. se non fosse stato per Marco, non navrebbe mai avuto il coraggio di entrare in quella casa. Lui doveva essere lì. Era sicura che sarebbe comparso per aiutarla. Ma invece della sua testa rossa e arruffata, dalla porta entrò un lungo bastone, poi una mano, piccola per fortuna, una camicia a scacchi e una testa di ricci nerissimi.
Laura era pietrificata e i graffi sulla gamba le sembrarono scoppiare. Immaginò rivoli di sangue sgorgare dalla caviglia e arrivare al piano di sotto, come in un film dell’orrore, come li chiamava la mamma. Ecco come doveva sentirsi il protagonista di un film pieno di case abbandonate e assassini.
E come nei film, arrivò anche un urlo lacerante: quello dell’intruso ricciuto che tutto si sarebbe aspettato, tranne che di trovare una bambina appesa allo stipite di una porta divelta. In una casa abbandonata. Quella fu la prima volta che Laura e Luca si incontrarono.

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