di Mariapaola Pesce

 

Sono giorni difficili, quelli che stiamo vivendo.
Impossibile escludere dalla nostra vita, immersa in una sorta di eterno presente, di spazio-tempo dilatato la presenza di un ospite sgradito, invisibile e ancora poco decifrabile. Molti di noi vivono in zone in cui la sua presenza è così aggressiva e determinante da sembrare quasi fisica.

 

Impossibile, davvero, evitare la quasi perenne rassegna stampa, trattenersi dalla ricerca compulsiva di informazioni, aggiornamenti, anzi meglio, di notizie rassicuranti.
Per cui siamo a casa, cerchiamo di lavorare, di seguire i nostri figli, di costruire strategie per affrontare questo periodo che ci serve per ridurre la forza d’impatto del nemico.
Cerchiamo, perché non sempre ci riusciamo. Perché non sappiamo bene come fare, perché riadeguare orari, tempi e spazi nello stesso breve lasso di tempo non è facile. Ve lo dice chi nel corso di pochi mesi, circa tre anni fa, e per ben più felici motivazioni, lo ha fatto: ho cambiato lavoro, passando da un ruolo subordinato ad uno autonomo, ritmi rinunciando con un sorriso al pendolarismo, perfino casa, perché già che c’ero mi pareva il minimo. Ma non è stato facile.

Perché? Perché non lo è. Non è facile in generale adeguarsi al cambiamento, figuriamoci a 2, 3, o anche di più tutti insieme!

 

Quali sono i rischi?

La perdita di punti di riferimento, innanzi tutto! Un luogo fisico in cui esercitiamo un “ruolo” ben determinato, anche quando lo paghiamo con il fastidio di colleghi petulanti o assurde richieste aziendali, così come quella dei piccoli rituali che costellano le nostre giornate sono necessari per mantenere orientata ed equilibrata la nostra vita.
Subentra poco dopo, la perdita di obiettivi: a seconda del lavoro che facciamo, per esempio, passare da una attività con calendario ben definito e sequenze prevedibili ad una dimensione in cui tutto dipende dalla nostra capacità di progettazione e organizzazione, può essere devastante.

 

Le conseguenze più probabili?

Preoccupazione, che ci spinge ad immaginare migliaia di scenari differenti in cui dover gestire altrettante emergenze, sovraccarico emotivo, per cui sprechiamo energia e attenzione, ansia, che ci fornisce la convinzione di aver perso il controllo e ci fa manifestare malesseri diffusi e un continuo stato di allarme.
Certo, questa è la peggiore escalation. In questi giorni è più probabile che viviamo in una continua altalena emotiva, per cui passiamo da momenti in cui la certezza che tutto finirà presto e bene si alternano a giornate di sconforto: siamo lontani dai nostri cari, confinati in uno spazio che amiamo, ma che ci costringe a ripetere sempre le stesse azioni negli stessi spazi, e la malinconia è in perenne agguato.
Il rischio peggiore, a mio parere, è quello della rassegnazione: molti di noi, dopo i primi giorni i cui hanno diffuso e condiviso sui social e con gli amici letture, film, siti in cui fruire di mostre e contenuti appaganti e che in altri momenti avrebbero perso si trovano inattivi, disorientati, letteralmente incastrati in un non tempo fluido e senza fine, dal quale non sembrano saper uscire. Dopo aver sognato un tempo perfetto in cui dedicarci a noi stessi e alla realizzazione di quegli obiettivi di lettura, scrittura, e realizzazione di progetti nel cassetto annaspiamo, schiacciati più che stimolati dal tempo a disposizione.

 

C’è qualcosa che possiamo fare per reagire?

Sì. Assolutamente. Possiamo fare alcune piccole cose.
Prima di tutto possiamo creare nuove routine. Non usciamo e non prendiamo i caffè al bar con i colleghi prima di entrare in ufficio, per cui con cosa sostituire queste azioni? Possiamo mandare un messaggio di buongiorno agli amici più cari, o dare più spazio alla colazione che non abbiamo mai tempo di preparare come si deve. Purché siano momenti piacevoli, che scandiscono la nostra giornata fornendoci nuova carica per affrontare il lavoro e il tempo, largo alla fantasia e al gusto personale.

Possiamo tenere un diario. Eh sì, come quando eravamo ragazzini, come quando ci piaceva un compagno di classe e non avevamo il coraggio di dirlo a voce…insomma, come ogni volta in cui abbiamo avuto bisogno di mettere in fila i pensieri, per sbrogliarli o per dar loro un senso. Emozioni, desideri, progetti, programmi, ricordi: uno spazio che ci faccia ricordare domani cosa stiamo vivendo oggi, perché questa esperienza ci serva davvero per mettere a posto il disordine che qua e là abbiamo dentro.

Infine, soprattutto, possiamo fare progetti. A breve, medio e lungo termine: il menu per l’indomani, un programma per la settimana, un progetto di lavoro/vacanza/studio. Per scrivere una pagina della nostra vita futura, perché non sarà sempre così, perché non saremo sempre sospesi e separati, e perché non sia il tempo a scandire la nostra vita, ma noi ad organizzarlo!

 

Mariapaola Pesce, autrice per ragazzi e formatrice, è anche Executive, life e team Coaching, MBTI Practitioner.
Se volete maggiori informazioni, potete consultare la sua pagina Facebook (@MariapaolaPesceExecutiveCoach) o scriverle una mail qui: mariapaola.pesce@gmail.com

Fatelo, perché è bravissima!

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