Il metro

Difficile presentare Mauro Bellei in poche righe. Sì, perché lui è una delle persone più concrete e nello stesso tempo visionarie che io conosca: è scenografo, designer, architetto, editore e autore per bambini e ragazzi (vedi Occhiolino Edizioni). Lavora da uno studio pieno di luce nel cuore di Bologna e quando ti parla (anche via Skype), le sue mani grandi, calorose e piene di progetti, si muovono disegnando forme nell’aria e mostrandoti come le cose possano avere tante funzioni e tanti significati diversi. Proprio come l’oggetto che ha scelto per raccontarsi qui, rispondendo solo alle prime due domande…
E capirete subito il perché!

 

Mauro Bellei ritratto via Skype da Marco De Scalzi

Perché hai scelto questo oggetto e che cosa ha rappresentato per te durante le settimane di quarantena?

Ho scelto un metro, e non un metro qualsiasi, non solo perché mi dà sicurezza. In alcuni momenti ho voglia di misurare quello che mi circonda, e quando non ho un metro uso la mano destra come un lombricone che avanza alzando ritmicamente una gobba: so perfettamente la distanza tra pollice e indice, tra pollice e medio e tra pollice e mignolo della mia mano bene aperta. Invece uso i passi per le cose grandi, un mio passo normale è circa ottantadue ottantatre centimetri. In questi giorni di quarantena ho misurato col mio metro cose nuove in casa. Forse sono stato uno dei primi a mettersi il metro sulla pancia aperto al massimo, tenuto come una lancia conficcata nell’intestino, e ruotare di trecentosessanta gradi per visualizzare la ‘distanza di rispetto’ – non mi piace il termine distanziamento sociale.

Credo che ci siano tante persone che nascondono la curiosità di misurare. Ricordo mio padre quando con i suoi passi, lui diceva di un metro esatto, calcolava le dimensioni della base della Torre Asinelli, dei grossi plinti della Torre Eiffel o di certi palazzi storici. Forse questo pallino me l’ha trasmesso lui.

 

Se potesse parlare, cosa racconterebbe di te?

In realtà di metri ne ho tanti, ma non sono un collezionista. Tralasciando righelli, squadrette, scalimetri, calibri e doppi decimetri in materiali diversi, metri veri e propri ne posseggo di bianchi, bianchi e gialli, neri con i numeri bianchi, che sono una vera sciccheria di design con tanto di scatto all’apertura anche a novanta gradi, aste graduate trasparenti di lunghezze diverse, più cordelle metriche, una di queste arriva fino a cinquanta metri, un professional di metallo con rientro automatico da cinque metri e un paio di misuratori laser. Tuttavia il metro di legno naturale ritratto nella foto rimane il mio preferito, cosa che si può vedere anche dall’usura. Posso garantire che non ha perso fluidità nei movimenti di rotazione, si apre e si chiude al minimo tocco.

Il mio primo approccio con un metro, del quale conservo una chiara memoria, risale a quando ero bambino. Era il metro da sarta di mia madre, quello flessibile in tessuto plastificato che arriva fino a un metro e mezzo. Uno dei miei giochi preferiti consisteva nell’arrotolarlo su se stesso per farne un rotolino, che poi, tenendolo a una estremità, lanciavo di scatto per vederlo aprire magicamente. Azione che ripetevo fino a creare qualche danno. Mi sono ricordato di questo metro flessibile la prima volta che sono andato all’Ikea. In vari punti del loro percorso espositivo ci sono dei metri di carta, strisce bianche larghe circa due centimetri, che si possono prendere liberamente. Anche questo tipo di metro può essere molto utile in casa, per esempio per misurare la circonferenza della maniglia di una porta. Confesso che ogni volta che vado all’Ikea ne rubo almeno tre.

 

Mauro Bellei
60 anni

architetto, designer, scenografo, editore e autore
Bologna

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