Il microfono

Christian Hill è un autore per ragazzi con una grande passione per il volo, in particolare per quello degli aerei. Le sue storie riportano quasi sempre a qualche avventura ambientata a diverse migliaia di metri da terra (vedi Il ladro dei cieli, La rotta delle Ande e l’ultimissimo, Il cavaliere, pubblicato su Wattpad), forse perché è il suo animo da ingegnere aeronautico a prendere il sopravvento. O forse, perché quando si ha una grande passione bisogna solo lasciarla lavorare per noi… Più difficile è accogliere (e lasciar fluire) gli aspetti che di noi, invece, non amiamo particolarmente. E l’oggetto che Christian ha fotografato per raccontarsi parla proprio di questo. E di come le settimane di quarantena, in alcuni casi, ci abbiano insegnato ad apprezzare anche ciò che prima guardavamo (o ascoltavamo) con il naso arricciato.

 

Christian Hill ritratto via Skype da Marco De Scalzi

Perché hai scelto questo oggetto e che cosa ha rappresentato per te nelle settimane di quarantena?

La realtà è una sola: non sopporto la mia voce. Mai sopportata. “R” che si perdono, “S” imprecise, sillabe borbottate, un tono spesso più secco e tagliente di quanto vorrei.
In più, c’è la questione dell’impossibilità di correggersi. No, si potrebbe anche fare, ma in maniera evidente e palese: “ops”, “volevo dire”, “intendo…” Tutto un altro mondo rispetto al discreto e silenzioso tasto “cancella” di una tastiera che ti permette di modificare e rimodificare i tuoi pensieri fino a che non sei finalmente pronto a condividerli.
E poi c’è la questione del tempo: quando scrivi puoi dedicare lunghi minuti (persino un intero episodio di una serie TV) alla ricerca di quella parola che ha messo radici sulla punta della lingua e non vuole muoversi da lì. Quando parli bastano pochi secondi perché un silenzio cominci a diventare imbarazzante. “aaaaah,” “ehmmmmmmm”, “duuuuuunque”. E poi devi accontentarti di quell’altra parola, quella di scorta, che però non è proprio quella giusta e quindi tutto il tuo pensiero vacilla, perde equilibro, senso.
Il punto è che mi sono dedicato alla scrittura proprio perché non amo parlare.

Ed ecco che, come oggetto rappresentativo di questa quarantena, scelgo un microfono! Lo strumento che più di ogni altro ha a che fare con la voce!
Perché l’ho scelto, perché mi rappresenta?

Questo microfono era stato acquistato anni fa per uno di quei tanti progetti che sembrano una grande idea finché sono solo un’idea, ma poi si rivelano delle ciofeche quando provi a realizzarle: volevo registrare e mixare brani musicali sfruttando tutti quegli strumenti musicali che non so suonare ma che con gli anni ho accumulato.
Progetto fallito.
Comunque, il microfono giaceva nella scatola “incauti acquisti” in attesa che trovasse (era lui che doveva trovarlo, sia ben chiaro) un motivo d’essere. Stentava. E giaceva.
Poi è arrivata la quarantena, e sono saltati gli incontri con i ragazzi e tutti quanti abbiamo cercato strade alternative, attraverso live streaming, o videoletture o altre attività simili.
E io ho cercato di fare la mia parte.
I primi tentativi, con il microfono del computer, non sono venuti benissimo, anche perché la mia voce usciva ancora peggiore delle mie già scarse aspettative.
È stato in quel momento che il microfono ha iniziato ad agitarsi nella scatola degli incauti acquisti, attirando la mia attenzione. Vuoi vedere che forse forse un utilizzo glielo si poteva trovare?
Chiaramente, mancava il supporto su cui fissarlo, ma qui è giunto in soccorso un treppiedino da fotocamera che, pur non essendo stato un incauto acquisto, si era ritrovato anche lui a giacere.
Un po’ di nastro adesivo per mettere d’accordo l’attacco del microfono e quello del treppiede ed ecco fatto!
Dal punto di vista della scrittura, la quarantena non ha portato molti cambiamenti: continuo a starmene nel mio studio, circondato da disordine e cianfrusaglie su cui lascio vagare lo sguardo mentre penso (a quella parola, proprio quella)…
Ma una cosa è cambiata: ora c’è un microfono sulla mia scrivania.

 

Se potesse parlare, cosa racconterebbe di te?

Due cose. La prima l’ho già detta io: non amo parlare e non mi piace la mia voce. Immagino se ne sia accorto anche lui. Ogni volta che devo cominciare un video perdo tempo a cercare lo stato mentale adatto, mi circondo dei miei oggettini che mi danno sicurezza e faccio respiri profondi e… cerco scuse per ritardare il momento: finisco di leggere questo capito, prima. Termino di scrivere questa frase. Forse ora sarebbe l’occasione giusta per telefonare alla mamma. Controllo la posta. Mi cambio la maglietta. Un caffè forse. Tutto nella speranza che arrivi quel traguardo: ah! si è fatto troppo tardi, mi conviene farlo domani.
L’altra cosa che direbbe è: ci si adatta. Si impara a compiere azioni lontane da sé, inaspettate, apparentemente impossibili. Per esempio: si arriva a registrare dei video, quando serve.

 

Cosa ne farai quanto tutto tornerà alla normalità?

Non lo so. È molto probabile che torni a occupare il suo posticino nella scatola degli incauti acquisti. Oppure, mi sarò talmente abituato (o appassionato) all’idea di registrare video che resterà sulla mia scrivania. Vedremo.

 

 

Christian Hill
53 anni
Scrittore per ragazzi
Milano

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