Il Buddha

Nei suoi quadri si sente il silenzio maestoso della montagna. Quel silenzio mosso solo dal vento, da cieli stellati, vette innevate, lupi che della neve ne repirano il profumo. E poi, sagome lievi ed eleganti di uomini che di quel paesaggio muto si nutrono. Sì, perché per Nicola Magrin la montagna è nutrimento dell’anima. Un’ispirazione intensa, che nelle sue opere prende forma attraverso il segno leggero e imprevedibile degli acquerelli, che tracciano racconti di viaggi lontani o cristallizzano in un’immagine le storie di altri autori (celebri sono le sue copertine dell’opera di Tiziano Terzani e di Primo Levi, o quelle dei libri di Paolo Cognetti). E a volte, da storia nasce storia, come ci racconta l’oggetto che ha scelto per parlarci di sé e della sua quarantena.

 

Nicola Magrin ritratto via Skype da Marco De Scalzi

Perché hai scelto questo oggetto e che cosa ha rappresentato per te durante le settimane di quarantena?

Ho scelto un piccolo Buddha, una statuina che ho portato a casa da un viaggio in Nepal, fatto qualche anno fa insieme a Paolo Cognetti (di cui ha illustrato le copertine di Senza mai arrivare in cima e de Le otto montagne, Einaudi ndr.). Nelle settimane di quarantena ha continuato a ricordarmi la bellezza di quel viaggio: ogni tanto accendo un incenso vicino a lei e mi ritrovo di nuovo tra le atmosfere rarefatte dei paesaggi dell’Alto Dolpo. Questa statuina ha in sé anche il senso della memoria, di quello che siamo e che facciamo. L’ho trovata dopo circa un mese e mezzo di trekking tra i 4000 e i 5000 metri di altitudine e, nella stanchezza di quell’avventura (che è stata prima di tutto un viaggio dell’anima), quando l’ho vista mi ha dato subito un senso di grande serenità: come se in quel momento potesse letteralmente incarnare i miei sogni e le mie aspettative. Non l’ho mai considerata solo un piccolo oggetto in bronzo, ma come qualcosa che racchiude in sé un po’ di me e di quello che desidero: dipingere, viaggiare, poter raccontare con gli acquerelli le mie esperienze, emozionare i lettori e le persone che visitano le mie mostre. Tra le tante cose che mi circondano in casa, questa statuina è diventata quasi un’icona e il fatto di accenderle ogni tanto un incenso vicino è diventato un po’ un rituale.
Del resto la ritualità è anche un elemento importante che ritrovo nel mio lavoro e nei miei quadri, come quando mi preparo i colori mescolando pigmenti naturali con un vecchio pennello cinese, sempre nelle stesse ciotole. E se ci pensi, la ritualità aggiunge anche un po’ di mistero alle nostre vite.

 

Se potesse parlare, cosa racconterebbe di te?

Probabilmente mi ringrazierebbe perché mi sto prendendo cura di lei… Mentre questo genere di oggetti spesso viene un po’ dimenticato e messo in un angolo. Io invece credo fortemente che gli oggetti abbiano una loro vita e una memoria di chi li ha posseduti e maneggiati, così mi capita di pensare a quanto vento, quanta sabbia e quante mani questo piccolo Buddha abbia sentito sulla sua superficie. Oggi ci sono io a prendermi cura di lui e quando viaggio, spesso viene con me. Ad esempio, me lo porto sempre in Valmalenco (Sondrio), dove passo le mie estati in baita.

Il Buddha, nella sua postura classica, in questo particolare momento mi ricorda anche il suo essere dritto e perfettamente presente: un equilibrio che mi ha aiutato molto nell’affrontare questo momento così delicato. È stato un po’ come essere seduti sul bordo di un fiume e vedere l’acqua passare, ma con la perfetta consapevolezza di conoscere la sorgente e la foce. Così in queste settimane ho letto e dipinto tantissimo, ho cercato di tenere ferma la mia routine e di darmi dei punti di riferimento. Avevo un progetto preciso e ho lavorato con quell’obiettivo, il primo libro tutto mio. Inoltre, la mia casa, come il mio atelier, è un po’ la mia corteccia e io ho vissuto questo periodo di chiusura fisica come un privilegio, sentendomi letteralmente linfa.
Infine, credo che di me questa statuina racconterebbe anche che sono un accumulatore di oggetti antichi o insoliti: dai libri ai tessuti, a tutte le cose che mi porto a casa dai miei viaggi. Sono memoria e racconto.

 

Cosa ne farai quando tutto tornerà alla normalità?

A parte le trasferte in montagna, continuerà a restare lì, sul mobile tibetano nel mio salotto, sotto una bellissima fotografia di Stefano Torrione. Quello è il suo posto e lei rappresenta un po’ il benvenuto per tutti quelli che passeranno a trovarmi.

 

Nicola Magrin
42 anni
Artista
Monza

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