I calzini spaiati

Non ho mai visto il sorriso di Carlotta Cubeddu spegnersi. E quando non sorride con la bocca, perché sta raccontando qualche aneddoto divertente o sta presentando uno dei suoi libri, lei lo fa con gli occhi! Carlotta è in assoluto una delle persone più esuberanti e solari che io conosca, e quando sei con lei non puoi proprio fare a meno di sentirti di buon umore… il che è un grande regalo! Credo che nel suo sorriso ci sia un po’ di sole della Sardegna, la sua terra d’origine. Sole che si è portata a Firenze, dove lavora con le parole, come autrice per ragazzi (imperdibile il suo Penso Parlo Posto, scritto a quattro mani con Federico Taddia) e redattrice di testi scolastici.
L’oggetto che ha scelto per raccontarsi è una bellissima metafora di come tornare a una nuova vita ascoltando di più i propri desideri.

 

Carlotta Cubeddu ritratta via Skype da Marco De Scalzi

Perché hai scelto questo oggetto e che cosa ha rappresentato per te durante le settimane di quarantena?

Perché finalmente ho potuto usare tutti i calzini spaiati che avevo diligentemente conservato in questi anni. Sono rimasti in una cesta per tanti anni in attesa che il compagno facesse ritorno dal misterioso viaggio in lavatrice. Qualcuno ritrova l’altro, ma la maggior parte resta solo ad affrontare la dura realtà: nessuno lo userà più perché è spaiato.
In queste settimane invece tutti hanno potuto essere usati nuovamente: pois con righe, glitter con ciniglia.
Sono calzini che hanno fatto yoga e smart-working con me, hanno cucinato e pulito casa, alcuni sono stati in mia compagnia mentre leggevo. Li ho scovati su internet mentre diventavano pupazzi o aiutavano a pulire.
Vederli così, spaiati e felici, mi ha calmata. Tutti nella vita possono avere una seconda, una terza e una quarta occasione. Tutti possono trovare un nuovo compagno o possono imparare un nuovo lavoro.
Forse è una grande metafora: ci buttiamo dentro la lavatrice della vita convinti che lo scopo sia affrontare la centrifuga e le alte temperature per uscirne freschi, puliti, rinnovati. Invece spesso vince la lavatrice che ci consuma o ci allontana dagli altri e da noi stessi. Così restiamo in attesa di qualcosa per tanto tempo, finché rientriamo in contatto con qualcosa di noi, ci sblocchiamo e torniamo a una nuova vita.

 

Se potesse parlare, cosa racconterebbe di te?

Probabilmente i calzini farebbero la spia e direbbero che ho disubbidito. Credo di aver fatto tutto quello che gli psicologi dicevano di NON fare. Ho letto molti articoli che consigliavano di mantenere una routine: alzarsi presto per non sballare il proprio ritmo, vestirsi come se si dovesse uscire… Invece io ho subito eliminato la sveglia, mi sono vestita sempre come mi andava, ho fatto colapranzi e apericene perché ho mangiato quando avevo fame.
Tutto questo avrebbe dovuto rendermi più instabile probabilmente e invece io sono molto felice così. Ho sempre odiato le attività che il vivere in società ci impone: detesto alzarmi con il suono della sveglia, non mi piace dovermi vestire seguendo l’etichetta invece che il mio umore, trovo terribile non potermi assecondare rispetto alle attività che vorrei fare.
Per questo ho deciso di assecondarmi invece che, per l’ennesima volta, fare quello che mi veniva richiesto.

 

Ora che stiamo tornando a una relativa normalità, cosa ne farai?

Ho deciso di continuare a usare i calzini spaiati con orgoglio e voglio ascoltare di più i miei desideri rispetto alla scansione della giornata (per quanto il lavoro lo renda possibile), ma soprattutto voglio ricordarmi che il fine non è il lavaggio in lavatrice e neppure essere freschi e puliti, il fine di tutto è essere felici.

 

Carlotta Cubeddu
38 anni
Autrice per ragazzi e redattrice di testi scolastici per Giunti Scuola
Firenze

Condividi questo articolo: