Prendete una bellissima città, un ricordo di qualche anno fa, un’opera teatrale, un film, un gruppo di ragazzi del liceo e le nuvolette di WhatsApp. Mescolateli con trame amorose (fatte di cotte, passioni e tradimenti), amicizie complicate, sfide quotidiane, sogni e tutte le emozioni (e le cose non dette) che riempiono lo spazio tra le nuvolette. Ecco che troverete Girotondo, il nuovo graphic novel scritto da Sergio Rossi e illustrata da Agnese Innocente, in libreria da oggi per Il Castoro.

 

Girotondo è un libro che va assaporato piano, perché a dispetto della velocità con cui viaggiano i messaggi in chat, mentre lo si sfoglia bisogna darsi il tempo di cogliere i dettagli delle bellissime tavole di Agnese Innocente, di ritrovare nelle ambientazioni alcuni dei più suggestivi scorci Bologna, e di entrare nella storia ascoltando anche il non detto. Girotondo è un giro in giostra, in 10 episodi, che attraversa e indaga le relazioni sentimentali dei ragazzi di oggi, l’amore ai tempi di WhatsApp, appunto. Mostrato in tutte le sue declinazioni, tra illusione, forza, disperazione, tradimenti, bugie, sogni. È un girotondo schietto, a volte duro, ma comunque poetico, nel quale i giovani possono riconoscersi e guardarsi attraverso una lente d’ingrandimento onesta e senza fronzoli (ne sono sicura, perché è proprio quello che mi ha detto mia figlia Ilaria, di 16 anni). La storia, ispirata all’omonimo testo teatrale di Schnitzler, si chiude lasciandoci la voglia di ricominciare daccapo, proprio come quando vai in giostra e non vorresti mai scendere!

Così, ho chiamato Sergio Rossi e mi sono fatta raccontare qualcosa di più…

 

Sergio Rossi, foto di Stefano Ferrante

Da dove è nata l’idea di questo Girotondo amoroso?

Nasce da una storia realmente accaduta e raccontata nel primo episodio: mentre facevo l’università ho ricevuto una telefonata come quella descritta nel racconto. Era chiaramente uno scherzo, avevo anche un sospetto su chi me l’avesse fatta, e già che c’ero ne ho approfittato per trarne una sceneggiatura che mandai a un concorso per cortometraggi che non vinsi. Poi, quindici anni fa ne ricavi una sceneggiatura per un fumetto breve: era ambientato a Perugia, la mia città natale, e all’epoca c’erano i telefoni fissi. Poi mi ricordai di un film che avevo visto anni prima a Fuori Orario, a Rai 3, “La ronde” di Max Ophuls tratto dall’opera teatrale “Girotondo” di Arthur Schnitzler che avevo anche letto: da lì è nata l’idea di scrivere le trame delle altre storie usando la struttura inventata da Schnitzler. Però tutto è rimasto nel cassetto fino a che Il Castoro ha deciso di pubblicare il libro. Allora ho ripreso in mano quello che avevo scritto e, seguito dalle mie editor custodi, Chiara Arienti e Maria Chiara Bettazzi, ho riscritto completamente la prima sceneggiatura e anche tutte le altre, inserito i messaggi di Whatsapp, spostato l’ambientazione a Bologna, inventato nuovi personaggi e scelto un numero di pagine uguale per tutti gli episodi. Una volta finite, le sceneggiature sono state girate ad Agnese: della qualità dei suoi disegni credo sia inutile parlare, e se nel libro ci sono errori nel libro sono i miei.

 

Come mai avete optato per Whatsapp rispetto ad altri social?

C’è anche Instagram, è nella storia di Chiara e Matilde, ma abbiamo scelto Whatsapp per i messaggi sia perché è ancora molto usato, vedi anche il serial “Skam Italia” o anche “Sex education”, sia perché ha le notifiche a forma di nuvoletta dei fumetti di colori diversi che graficamente ci ha permesso di creare dei dialoghi come se fossero fatti di persona.

 

A chi ti sei ispirato per creare i personaggi?

Come nomi ai figli dei nostri amici che adesso hanno, e per fortuna, classi multietniche che ai miei tempi non c’erano, mentre per i caratteri ai miei amici delle superiori e non solo loro. Ci sono anche, diluite qui e là nel libro, anche altre situazioni autobiografiche e citazioni da fumetti, film, ecc.

 

Quale il tuo personaggio preferito?

Sono tutti i miei preferiti, anche Stefano che forse è il più “normale” di tutti. Ad Agnese è piaciuta più di tutte Chiara.

 

Bellissimi gli scorci su Bologna: il libro vuole essere anche un omaggio alla tua città?

Sì, Bologna è la città dove vivo da quasi vent’anni e dove ho trovato casa in tutti i sensi. Inoltre, è bellissima, come tutte le città italiane, e questa bellezza diventa un valore aggiunto, una scenografia perfetta che Agnese ha reso benissimo. Non vedo perché inventarsi una città quando se ne hanno di così belle a disposizione.

 

Cosa pensi dei rapporti ai tempi di Whatsapp: sono volatili come un messaggio che si può cancellare o, in fondo, hanno una loro concretezza?

Dipende dai rapporti. Non credo siano così diversi da quelli dei miei tempi quando usavano il telefono fisso o i messaggi cartacei. Ieri come oggi ognuno cerca di riconoscersi negli occhi di un’altra o di un altro per trovare l’anima gemella. Rispetto a quando ero adolescente, oggi ragazze e ragazzi hanno maggiori informazioni su tutto, basta digitare su un qualsiasi motore di ricerca, e maggiore consapevolezza teorica, forse, ma senza l’esperienza questa conoscenza serve a poco, e l’esperienza è ciò che rimane dopo essersi messi in gioco, ossia dopo averci sbattuto il muso, e non la trovi su Google ma la devi vivere. Per questo il punto cruciale sarà sempre decidere quando fare il primo passo verso l’altro o l’altra, che è sempre il più difficile perché da lì tutto cambia definitivamente, in meglio oppure in peggio, e non lo sai finché non lo fai. E quando viene “quel momento”, i social non ti servono a nulla, e a volte neanche l’esperienza, dato che poi ci si lascia, ci si riprende, e così via.

 

Come è stato il processo creativo nel lavoro a quattro mani con Agnese?

Una volta scritta la sceneggiatura, che avevo controllato con le mie editor, la mandavo ad Agnese che faceva uno storyboard, ossia uno schizzo delle pagine che per me sarebbe già stato da pubblicare così. Da lì vedevamo cosa funzionava e cosa no, cosa cambiare e cosa no, se c’erano soluzioni migliori per le singole sequenze o vignette. Ringrazio Agnese, Chiara e Maria Chiara della loro pazienza verso la mia attitudine a riscrivere, rivedere, limare, ecc. senza fine.

 

C’è un episodio che avresti voluto inserire e al quale invece hai dovuto rinunciare?

No, semmai c’è un episodio, non dico quale, che mi ha fatto diventare matto perché non riuscivo a centrarlo come volevo: ogni volta lo riscrivevo daccapo, alla fine sommando tutte le pagine scritte, questa riscrittura è diventata l’equivalente di un altro libro. Ma d’altronde è sempre così: parafrasando Hemingway, i nove decimi di un libro rimangono sommersi nell’hard disk dell’autore.

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