L’organo portatile

Ho conosciuto Simone leggendo il suo primo romanzo per ragazzi (La seconda avventura, Giralangolo) e mi è piaciuto subito, così ho voluto andare un po’ più a fondo e l’ho chiamato per partecipare a questo progetto. E ho scoperto che Simone Saccucci non è solo uno scrittore, ma è un moderno cantastorie, che lavora con le parole, la musica e il canto, accanto a bambini e giovani in situazioni difficili. Si legge direttamente dal suo sorriso che ha una sensibilità fuori dal comune e che, come mi ha confidato, è uno che si entusiasma spesso. Ama i libri, la musica, ascoltare e raccontare storie. E camminare, camminare, camminare tanto. Probabilmente come ha fatto l’oggetto che ha scelto per raccontarci la sua quarantena. Restate in ascolto, ne sarete rapiti!

 

Simone Saccucci ritratto via Skype da Marco De Scalzi

Perché hai scelto questo oggetto e cosa ha rappresentato per te durante le settimane di quarantena?

Ho scelto questo oggetto perché ha una storia che mi emoziona ogni volta che lo tocco o lo suono. È un organo portatile che tengo però sempre aperto in salotto: si può chiudere e diventa una valigia. È uno strumento del 1940 ed è stato ritrovato in un monastero da un liutaio di Cassino mio amico.
Una fabbrica statunitense ne produsse pochi esemplari per inviarlo alle basi militari americane in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Doveva essere agevole ed infatti si chiude e con due maniglie i soldati lo potevano portare con loro anche in caso di bombardamenti.
È servito per celebrare momenti belli e momenti tristi. Ogni volta che lo suono, spingendo sui pedali, esce dai mantici un odore particolare: un misto di pioggia ed umidità.
In questa quarantena è stato strumento di riflessione ed emozione. Ma soprattutto incarna, per me, la necessità grande di tutto ciò che apparentemente è secondario rispetto a tante dichiarate priorità. Ti accorgi che la passione e l’entusiasmo sono preziosi quando stai sotto i bombardamenti.

 

Se potesse parlare, cosa racconterebbe di te?

Non è irrealistico, non è se potesse parlare. Sapete? Questo mio oggetto parla eccome!
Non lo fa grazie ad una fonte elettrica, ma devi premere dei pedali che pompano aria nei mantici. Quest’aria fa vibrare delle ance di ottone che sono accordate per produrre note precise a seconda del tasto che premo. È un oggetto, quindi, che va col respiro: il suo ed il mio fusi insieme.
Se premo male i pedali comunica la mia fretta, la mia agitazione o distrazione.
Se premo con cura e lasciandomi andare, questo organo dice di me che sono per lui in quel momento: che sono sereno. O forse, meglio, svuotato.
In una parola: sto respirando. Se respiro, respira pure lui e il suono è di un certo tipo. Se sto in apnea è un casino!

 

Ora che stiamo tornando a una relativa normalità, cosa ne farai?

Quando torneremo alla piena normalità si muoverà con me come sempre: lo chiuderò a valigia e lo porterò quando dovrò raccontare storie e cantare canti.
Quando ritorneremo a casa lo riaprirò e lo terrò dov’è ora perché ci siamo tutti affezionati.
Sarà il papà di tutti gli altri strumenti che uso nelle mie narrazioni. Come tutti gli altri non sarà usato per…
Per il semplice fatto che sarà fisicamente presente ed ha una storia sua, avrà senso a prescindere da quello che io ne farò.
Per me normalità significa ritornare in strada, incontrare gente e tentare di coinvolgerla con le mie due passioni più grandi: la musica e le storie. Quando ritornerà la normalità, questo oggetto starà in strada con me, di sicuro.

 

Simone Saccucci
41 anni
Autore, storyteller e musicista
Colle Fiorito (Tivoli)

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