E’ difficile lasciare andare un racconto così intenso e capace di accendere tutti i sensi del lettore. Quando ho chiuso Casa Lampedusa, di Antonio Ferrara (Einaudi Ragazzi), ho pensato che c’era qualcosa di diverso anche in casa mia, un profumo di salsedine e frutta che era arrivato direttamente dalle sue pagine e che in qualche modo aveva segnato il passo della mia lettura.

La storia corre veloce come il suo protagonista, il dodicenne Salvatore, che ne scandisce il ritmo con il racconto delle sue giornate sull’isola e del suo rapporto con Kahlid, ragazzo eritreo ospitato dalla sua famiglia. Lo sguardo è quello incantato e ancora acerbo di un ragazzino che del mondo fuori dall’isola ha visto poco e niente, ma che pagina dopo pagina diventa sempre più consapevole, più lucido e assetato, nell’urgenza di sapere cosa succede là, in mare aperto e oltre. Perché alla fine è il mondo ad attraversare la sua isola, a mostrargli le ferite vive delle tante storie che arrivano dal mare e che gli abitanti di Lampedusa aiutano a sbrogliare e a ricomporre. Il primo incontro di Salvatore e Kahlid è di una semplicità disarmante (e commovente): il bambino prende per mano l’altissimo uomo nero, che con il telo termico dorato sulle spalle gli pare un faraone, e lo porta a casa sua. Nessuna diffidenza, nessuna paura. Sentimenti che non tarderanno ad arrivare, che si srotoleranno durante i giorni della loro convivenza e che troveranno un loro equilibrio attraverso gesti e parole che pian piano costruiranno la loro amicizia e aiuteranno Salvatore a comprendere, a crescere e a superare le sue paure. Come quella di nuotare. O di affrontare Annarita, che gli incendia le guance. Ma piano piano, pagina dopo pagina, Kahlid aiuterà Salvatore a trovare il coraggio di affrontare il mare e Salvatore aiuterà Kahlid a ricordare e a mettere in ordine il dolore, la malinconia, il senso di vuoto e di sradicamento. Il mare gli ha portato via moglie e figlia (e un numero imprecisato di amici), il mare sembra aver inghiottito anche la sua voglia di vivere e la speranza. Ma in fondo è lo stesso mare a insegnargli che il rispetto, la solidarietà e l’amicizia stanno anche nei piccoli gesti (che poi, piccoli non sono mai): il bambino che gli mostra gli scorci dell’isola, il dottore che gli offre una coca cola al bar, un letto allestito in mezzo al salotto di casa…
E a ritmare il racconto di un’amicizia che aiuta a crescere e a trovare coraggio (quello di continuare a vivere per Kahlid e quello di imparare a nuotare per Salvatore), le tante storie (vere) che fanno di Lampedusa un luogo pieno di eroi, piccoli e grandi. Come i libri profumati di fragole, banane e basilico della biblioteca (che non ha scaffali, ma cassette di frutta come contenitori), la ‘Biblioteca che verrà’, costruita grazie all’impegno di Deborah Soria, che insieme ai volontari di IBBY Italia (International Board on Book for Young people) ha portato sull’isola un sogno e un segno di apertura, costruzione, solidarietà e aggregazione. Oppure il momento in cui tutta l’isola, abitanti e migranti (di passaggio o di ritorno) insieme, commemora in un abbraccio corale uno dei più dolorosi momenti della storia legata al mare, la morte in una sola notta di 366 eritrei il 3 ottobre del 2013.
A chiudere il cerchio di questa amicizia, che si apre con Salvatore che prende per mano Kahlid, il gesto eroico del ragazzino che in una notte di tempesta affronta il mare per salvare una bimba. E che stremato dalla fatica, mentre riprende fiato sul bagnasciuga si congeda dal lettore, regalandoci un’ultima delicatissima lezione: il pensiero, dolce e nuovo per il protagonista, che “per cercare di aiutare un altro che aveva bisogno ed era spaventato, ti dimenticavi di avere paura tu, e come niente diventavi coraggioso”.

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