Ho incontrato Mark Lowery nella hall di un grande albergo nel centro di Milano, una mattina di pioggia subito dopo il Salone del Libro di Torino, e mentre gli stringevo la mano mi è sembrato naturale dirgli “ho pianto molto mentre finivo di leggere il tuo libro…”
Lui ha risposto “oh, mi dispiace per le lacrime!” e mi ha sorriso. È stata subito empatia e l’inizio di una di quelle interviste che ti lasciano un sorriso largo nel cuore, molto a lungo. Insomma, dalle pagine di L’oceano quando non ci sei (DeA Planeta) se ne esce travolti dalle emozioni: si passa dalle risate al pianto, dalla paura all’euforia, dalla felicità al vuoto, senza mai passare dal via, e con la netta sensazione che, prima o poi, in Cornovaglia ad aspettare quel delfino ci andrai anche tu. Perché il racconto dell’estate strordinaria che Charlie e suo fratello maggiore Martin trascorrono in questo lembo di terra che si interseca alle maree, non è solo la storia del rapporto strettissimo tra i due protagonisti – Charlie con la sua salute fragile e quel modo un po’ bizzarro, ma in fondo lucidisssimo, di guardare il mondo, e Martin, che quella fragilità vorrebbe proteggerla sempre da tutto e tutti, con un carico di affetto che diventa quasi devozione – ma è anche la storia di un viaggio straordinario attraverso il dolore e verso la consapevolezza. Un racconto di viaggio che si sdoppia e diventa da una parte il diario di un’estate indimenticabile e, dall’altra, la mappa di un percorso di crescita, lungo quasi 1000 km, punteggiato da personaggi curiosi e fughe rocambolesche. Un viaggio avventuroso, dolce e amaro nello stesso tempo, proprio come i biscotti preferiti di Charlie: 90% cioccolato, 5% biscotto e…5% sogni! E quel che resta quando chiudi il libro, oltre alla fatica di lasciara andare i due protagonisti, è la sensazione che l’alta marea nella vita sia un passaggio obbligato. Soprattutto quando si parla di sogni!

Cosa c’è di Mark Lowery in questo romanzo?
Ci sono tantissimi temi che mi appassionano nel libro, dalla natura alla famiglia, fino al forte senso di protezione, l’idea di poter dare sostegno a chi ne ha bisogno. Inoltre è pieno dei luoghi che ho sempre amato e frequentato: la Cornovaglia, dove spesso ho trascorso le vacanze con la mia famiglia e in seguito con gli amici, e Preston, la città dove sono cresciuto e da dove parte la storia di Martin e Charlie.

A cosa dobbiamo il profondo senso di protezione e accudimento, parte portante nel romanzo? Al tuo essere papà?
Sì, credo che non avrei potuto scrivere questo libro prima di diventare papà. In effetti l’ho scritto quando il mio secondo figlio maschio era molto piccolo e ho avuto modo di vedere come i suoi fratelli gli stavano vicini e si prendevano cura di lui… momenti che hanno disegnato alcuni importanti tratti della storia. Il rapporto tra i due fratelli del libro è proprio quello che vorrei vedere nascere tra i miei figli, il senso di unità e vicinanza oltre al senso di protezione.

L’oceano quando non ci sei può essere definito un romanzo on the road (anzi, on the train). Perché hai scelto il leitmotiv del viaggio?
Ho trascorso molto tempo da giovane sui treni, perché mi piaceva tantissimo viaggiare così. Considero gli spostamenti sui binari un’avventura davvero speciale: arrivare in una stazione ferroviaria il sabato mattina presto e decidere per dove partire… Il viaggio in treno è sempre stato per me una sorta di storia d’amore e non si tratta solo del concetto puro di spostarsi da un luogo all’altro e raggiungere una meta, ma si tratta della magia del guardare il mondo dal finestrino!

Un altro tema portante del libro è quello della malattia di Charlie…
È capitata una cosa abbastanza rara, che non mi succede quasi mai: quando ho pensato al libro, l’idea mi è arrivata nella sua interezza, già completa. Così avevo già in mente anche il rapporto tra Charlie e Martin, il loro percorso, le avventure che avrebbero vissuto. E proprio la vulnerabilità di Charlie rappresenta una parte fondamentale nella storia, perché è anche l’elemento che rinforza il rapporto tra i due fratelli e permette a Martin di dimostrare tutto l’affetto e il senso di accudimento nei suoi confronti. Ho trascorso molto tempo nel cercare di elaborare quella che poteva essere la malattia di Charlie, ma alla fine ho voluto lasciare aperto il discorso: i suoi sono tutti problemi legati al fatto che è stato un bambino nato prematuro. Ha difficoltà di respirazione, di apprendimento e concentrazione, ha problemi riguardanti la vista e il cuore… ma tutte queste cose diventano accettabili e quasi impercettibili di fronte al suo carattere straordinario e un po’ svitato, che lo rende un personaggio a cui è impossibile non voler bene fin dalle prime pagine.

Il viaggio in treno rappresenta per Martin anche un viaggio interiore, una necessità, un importante momento di crescita: possiamo considerare la tua storia anche una sorta di romanzo di formazione?
Non è una cosa che avevo concepito quando ho cominciato a scrivere il libro, ma in effetti Martin deve mettere al riparo la sua famiglia e far guarire le ferite allontanandosi dalla famiglia stessa, cosa che però appare come una sorta di controsenso. Probabilmente è un elemento nato nel mio subconscio, che non avevo elaborato prima di mettermi a scrivere. I ragazzi partono da Preston, che è anche la città dove sono cresciuto, una cittàdina industriale, molto tranquilla dove si vive bene, per andare in Cornovaglia, destinazione che ha una valenza particolare. Si tratta infatti di una penisola, un lembo di terra quasi separato dalla madre patria, sede di miti e leggende, paese di pirati e corsari, che proprio grazie alla sua posizione particolare diventa un luogo quasi magico, abitato da un popolo molto indipendente, eccentrico e creativo. In qualche modo, anche nella mia storia la Cornovaglia non è solo meta di una vacanza, ma diventa simbolo di libertà e indipendenza.

Parliamo di Henriette, personaggio che rappresenta un po’ uno spartiacque nella storia: quale il suo ruolo?
Hen è ispirata in gran parte da mia cugina, che quando era adolescente era uno spirito libero, un po’ ribelle e molto forte. Intorno ai diciassette anni è partita per la Francia per fare la giocoliera, la mangiatrice di fuoco, l’acrobata… finendo anche spesso nei guai con la Polizia. Il suo senso di avventura e la voglia di libertà mi hanno sempre molto affascinato e da bambino la guardavo con grande ammirazione. Così è anche Henriette: una ragazza con una corazza esteriore molto forte, decisa ad andare controcorrente pur di mantenere la propria indipendenza, ma dotata anche di una grandissima sensibilità e generosità. Qualità che però non mostra a tutti, ma solo a chi lo merita. Martin incrocia la sua strada proprio nel momento in cui ha bisogno di aiuto e lei lo accompagna in uno dei percorsi più difficili della sua vita, mostrandogli appoggio e grande altruismo.

La libertà è rappresentata anche dal delfino: da dove arriva questa immagine?
L’idea del delfino è nata in circostanze un po’ strane: ho avuto un’intossicazione alimentare e durante la notte, nel dormiveglia, ho avuto una sorta di visione onirica, quasi un’allucinazione in cui vedevo il delfino saltare fuori dall’acqua. Così l’immagine del delfino mi si è fissata nella mente e da lì è uscita anche la poesia che apre il libro. Il delfino che salta fuori dall’acqua può essere considerata un po’ anche la metafora della nostra vita: il fatto che ci libriamo in cielo e da lassù ci sentiamo liberi e abbiamo un’immagine completa della vita e di tutte le relazioni e interazioni che può offrirci. In un certo senso attraverso gli spruzzi d’acqua spargiamo pezzetti della nostra vita e li doniamo agli altri. Poi c’è anche il ritorno in acqua, altra immagine molto forte e metafora della vita: il delfino si rituffa, scompare e non lo vedi più, ma lascia dietro di sé i cerchi, segno delle nostre esperienze.

Altro filo conduttore del romanzo è la poesia…
Tutto nasce da un’unica idea, di cui facevano parte anche le poesie. Ad un certo punto ho cominciato a pensare alle ragioni per cui Martin le scrivesse e mi è stato chiaro che per lui si trattava di un processo catartico, quasi terapeutico: ogni poesia che scrive gli permette di scoprire qualcosa in più su sé stesso, di rivelare una verità sulla sua vita. Ci sono tante poesie lungo la storia e ho cercato di renderle tutte diverse, anche nello stile, alcune sono buffe altre più serie, ma tutte permettono a Martin di capire cosa deve fare e come arrivare al suo scopo.

E’ stato difficile trattare temi così delicati come la malattia e la morte per i ragazzi?
Assolutamente sì, ma nel momento in cui ho avuto chiara in testa la storia, il fatto che Charlie fosse un bambino così vulnerabile mi ha fatto capire che era l’unico modo in cui potessi affrontare il racconto e trattare argomenti molto difficili, ma con grande sensibilità. Così ho cercato di scrivere in maniera da rendere accessibili ai ragazzi temi tanto complessi e delicati.

A quali dei personaggi ti sei più affezionato?
Una domanda difficile… naturalmente ho amato entrambi i protagonisti in maniera molto profonda. Amo Charlie per la sua indipendenza, il suo carattere un po’ svitato, il suo essere diverso dagli altri e per la sua vulnerabilità, tutte caratteristiche che lo rendono un personaggio adorabile. Ma proprio perché sapevo come sarebbe andata a finire la storia, devo dire che forse, per una piccola frazione, amo di più Martin… ho sempre fatto il tipo per lui perché ho sempre saputo  la difficile impresa che lo aspettava. Lo trovo un personaggio davvero meraviglioso!

E io sono d’accordo con lui.

 

 

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