Ci sono incontri, emozioni che prima di essere raccontante hanno bisogno di essere custodite, coccolate, riassaporate.
Si è quasi un po’ gelosi dei momenti vissuti, dei ricordi risvegliati durante il passaggio di una Storia. Sembra quasi di poter sentire gli odori, i profumi di esperienze passate, ma allo stesso tempo si ha la sensazione di vivere accanto al protagonista del racconto che si ha sotto gli occhi, della storia che si ha tra le mani.
E’ un dono, c’è poco da fare.

Tutto questo, e probabilmente molto più, è quello che ho provato durante la lettura di Ogni attimo è nostro, di Luigi Ballerini (DeA), che ho poi avuto modo di incontrare durante il festival Bimbi a Bordo a Guspini tra la fine di agosto e i primi di settembre.
La storia che sto per raccontarvi, quindi, è la storia di un ragazzo che indossa il suo nome con un diminutivo al quadrato, e questo per lui potrebbe essere un problema, anzi diciamocela tutta, Giacomo ha un problema: se stesso. Troppo basso, troppo goffo, troppo mediocre. Per fortuna c’è Fabione, l’amico migliore del mondo, e poi c’è Martina, la ragazza che ama con tutto se stesso. Senza di loro Giacomo non sarebbe sopravvissuto fino all’ultimo giorno del liceo, e sicuramente non sarebbe arrivato all’esame di maturità. E se una cosa è certa è che dopo gli esami arrivano le vacanze: un’avventura sulle spiagge del Salento attende Giacomo e Fabione. Un’avventura che comincia male però, perché Giacomo ha un mal di testa lancinante, come un treno che lo attraversa a tutta velocità, e Fabione si rompe una caviglia giocando a calcetto, proprio qualche ora prima della partenza. Ma niente e nessuno può fermare i ragazzi: Giacomo si mette alla guida e i due amici partono alla volta di Gallipoli. Mille chilometri di avventura, libertà, confidenze e segreti. È l’amicizia, è la vita… e tutto può finire all’improvviso.
In un attimo.
Dopo la lettura del libro vi confesso che ho avuto bisogno di qualche giorno per riordinare le emozioni, ma la condivisione della mia lettura con l’autore stesso, e con i pubblico del BaB ha dato vita a quello che andrete a leggere nelle prossime righe.
Tra una domanda e l’altra sentivo crescere un senso di gratitudine nei confronti della storia che Luigi aveva scritto, il perché?
Beh, scopritelo voi tra una domanda e una risposta!

 

Luigi Ballerini

Luigi, il tuo libro inizia con un racconto molto particolare. È Mino, Giacomo, che condivide con il lettore il suo pensiero, il suo punto di vista sulla giornata che ha appena trascorso. Una giornata importante per due motivi, uno perché è il giorno in cui sosterrà l’orale all’esame della sua maturità, e poi partirà all’avventura con il suo migliore amico, Fabione, ma soprattutto è un giorno importantissimo perché è il suo ultimo giorno da vivo.
Molti ti ‘accusano’ di spoiler, tu come vivi questo prologo?

Beh, vi dico subito che il protagonista è morto, quindi, più spoiler di così!
Io e la mia editor di Deagostini abbiamo messo e tolto questo prologo almeno dieci volte. Più e più volte ci siamo chiesti se lasciarlo o toglierlo.
L’alternativa alla rielaborazione del testo era togliere la sorpresa, lasciare ventiquattro capitoli di un’ora l’uno, quindi la scansione temporale di una giornata, la giornata di Mino e lasciare la sorpresa nel finale.
Ma poi alla fine che sorpresa era? Era una brutta sorpresa.
Oppure lasciare lo spoiler e dire subito che Mino muore, morirà, anzi è già morto nel momento in cui racconta, dentro la finzione letteraria secondo noi dava più senso alla quotidianità.
Il libro se vogliamo parte anche un po’ lento, nel senso, prima ora.
Sono le 6.50 ora quotidiana di quasi ogni famiglia in Italia, il fratello è in bagno, quando entra poi lui l’aria è irrespirabile, insomma è da lì lo svilupparsi della banalità della quotidianità, ma proprio quei dettagli, quelle banalità renderanno la giornata di Mino, il suo racconto fondamentale.
E’ come dire che ogni attimo è davvero prezioso, anche quello più banale alla fine ci rendiamo conto che proprio quei dettagli fanno la differenza.

 

Sì, fanno la differenza! Prima di Ogni attimo è nostro scrivi un libro che si intitola (Im)Perfetti che ci porta invece in quella che è una realtà distopica, cioè una realtà che in qualche modo è inventata, sognata, non reale.
In questo nuovo romanzo, invece, tu ci riporti a quelle che sono le emozioni, la loro riscoperta. Per esempio, quando la prima sera del festival Bimbi a Bordo Monica Morini del Teatro dell’Orsa di Reggio Emilia ti ha chiesto di regalarci una parola tu hai donato a tutti noi la parola Pensiero. È lì che io ho pensato che tu ci stessi regalando anche la parola Emozione. E lo fai attraverso il percorso di Mino, che sta attraversando uno dei momenti più difficili della crescita, l’adolescenza, in cui spesso è faticoso riuscire a esprimere paure ed emozioni. Mino riesce in qualche modo a far fronte ai suoi ‘problemi’ grazie al rapporto che costruisce con Fabione e Martina, che gli dà forza e determinazione.
Soprattutto la figura di Martina gli dà questa sicurezza, lei che poi un personaggio a suo modo in ‘recupero’.
La difficoltà di esprimere un’emozione la racconti in un gesto che credo ognuno abbia vissuto durante il primo amore.

Beh, Mino cerca di raccontare un’emozione, una tra le tante, e lo fa poco prima di partire per il Salento con Fabione che poi è stato l’unico tra tutti gli amici ad aspettarlo nonostante sia stato il primo ad aver sostenuto l’orale.
Mino quindi prima di partire incontra Martina, poi ci sarà una partita con i ragazzi della squadra che sono rimasti lì a Milano e poi i due partiranno.
Ma quando incontra Martina ha un regalo per lei.
E’ un momento serio per i due, Mino ha un anello per Martina, anche se precisa più volte che “non è quello”, anche se Martina confessa che ricevere quel regalo fa un “effetto effetto”, e di sicuro è quello giusto.
C’è un passaggio in questo scambio fondamentale.
Martina dopo un abbraccio, un momento di tenerezza tra i due chiede “Come farei senza di te”.
Mino è d’accordo con noi che queste sono domande retoriche alle quali non necessita una risposta. Però al lettore suona come un presagio. Noi sappiamo che Martina dovrà poi fare senza di lui, ma ci sarà uno svolgimento anche di questo.

 

Già, ci sarà un passaggio scandito dal tempo, ma già il fatto che i due ragazzi si raccontino in questo modo e abbiano quasi paura a svelarsi completamente all’altro, ci fa pensare anche un po’ a come abbiamo bisogno della perfezione, di essere non delle spugne, aver quasi paura delle relazioni serie, avere paura di un confronto reale e continuo con chi abbiamo davanti. E Mino queste emozioni non ha nessun problema ad affrontarle con Fabione.
Fabione che è sempre stato lì per il suo amico, e ciò che forse stupisce in una realtà come quella che oggi viviamo, dove ancora abbiamo bisogno di ‘catalogare’, attribuire per colori oggetti per bambini e bambine, o comunque castrare emozioni .
Emozioni, pensieri, paura. Aver paura di affrontare le paure stesse. E in questo caso non è tanto quella della maturità, ma la paura di non arrivare alla fine della giornata.
La paura della Morte, del passare il Confine, in un ragazzo di diciassette anni sicuramente non c’è. Mino quella mattina non pensava alla sua fine, passami il termine Luigi, per lui era tutt’altro.

Sì, era tutt’altro. Mi piaceva dare voce ai ragazzi. Il viaggio tra Fabione e Mino, il viaggio DI Fabione e Mino, è un viaggio notturno di 1.100 km , un viaggio che non arriverà mai a destinazione per uno dei due lo sappiamo già, e mi è piaciuto dar voce a quei ragazzi maschi che esattamente come le loro coetanee femmine si raccontano fra loro.
Noi abbiamo un po’ quest’idea che chissà perché i maschi sono rozzi, grezzi, e invece sono capaci di amicizie profondissime, e di confidenze grandissime quando si sentono in un ambiente protetto dove non devono difendersi. L’amicizia tra Fabione e Mino è così.
Fabione è quello che lo toglie dai guai, che anche nel momento in cui vengono fermati dalla polizia in autostrada risolve la situazione, è la spalla perfetta per la commedia della vita che stanno attraversando insieme. Ecco loro due ci insegnano, grazie alle loro imperfezioni che non bisogna essere uguali per essere amici.

 

Questo viaggio veramente è la ricerca e lo scoprirsi ulteriormente. Verranno fuori delle cose non dette, dei segreti che appunto troveranno spazio e parole in uno dei momenti più importanti della loro vita, specialmente per uno.
Fa pensare molto a come rapportarsi e come noi adulti ci rapportiamo ai ragazzi oggi, li vogliamo sempre pronti, scattanti, all’altezza della situazione. Forse ci dimentichiamo troppo spesso quella parte della nostra vita, la nostra adolescenza, le nostre paure. Questa è una storia di ragazzi per ragazzi. Alcuni dopo aver letto il libro ti hanno contattato per ringraziarti, ma dalle loro parole è venuto fuori qualcosa di più di un ringraziamento. Com’è sapere che un ragazzo o una ragazza ha scoperto il valore del tempo, per lo meno del suo tempo?

Il bello dei libri è che noi li scriviamo, ma una volta pubblicati non sono più i nostri. Questo fa sì che una volta pubblicato quel libro è di tutti, quella storia appartiene a tutti. E arrivano poi i messaggi dei lettori giovani e meno giovani. Ecco mi è capitato che una ragazza delle medie mi ha contattato su Instagram e mi ha scritto un messaggio dove diceva “Dopo aver letto il tuo libro ho imparato a capire di più il valore dei miei amici e del tempo che passo con loro.” E’ incredibile che le parole che noi mettiamo su carta poi possano diventare pensieri,possano diventare idee, possano diventare correzioni.
Forse è quello che volevo dir nel libro perché , e questo è lo spoiler sullo spoiler, il libro non finisce quando Mino muore. Il libro non finisce con Mino morto, o con la Morte, ma ci sono altri due capitoli, dove lui racconta il suo tempo, il valore delle piccole cose, che poi piccole non sono. C’è la maturità, l’amore per Martina, il viaggio con Fabione, e tutto quello che è venuto prima, fino ad arrivare alle ginocchia sbucciate, perché ogni attimo ha senso in sé, è il mezzo che gli ha permesso di afferrare la realtà e farla sua. La vita d’altronde si vive da subito. Non c’è un momento in cui si impara a vivere e un momento in cui si fa davvero. Si fa.
E’ accaduto che una lettrice delle superiori mi ha detto “Lo sai che il tuo libro è come una poesia di Madre Teresa?” e me l’ha mandata. E’ stato lì che ho capito perché alcuni diventano santi e altri no.

 

E perché si diventa Santi allora?

Perchè i Santi riescono a dire in mezza pagina quello che io sono riuscito a dire in più di duecento. Non conoscevo questa poesia, ma l’ho trovata davvero ben accostata.
I nostri lettori giovani sono lettori acutissimi, profondi più di noi adulti che tendiamo a seguire la storia. Loro invece la mangiano, la fanno diventare loro, ci entrano a piè pari, fanno queste associazioni, ti mandano questi regali dove scopri che Santa Teresa ha detto le tue stesse cose molto molto meglio di te.
Ma vedi, quello che io volevo comunicare ai ragazzi è che noi possediamo è il presente. Noi adulti li tiriamo da questa parte di tempo perché li facciamo vivere sempre nel futuro. Quello che dice Mino è che non si impara sempre a vivere quando inizio a vivere, si vive da subito.
Che tu abbia 5,10,16, 60 anni la vita accade in quel momento e quell’attimo lì è unico e irripetibile. Non vuole essere un carpediem, ossia quasi l’autorizzazione a “bruciare” l’attimo che mi appartiene. Ogni attimo non è mio, ogni attimo è nostro perché lo consumiamo insieme, ogni attimo è nostro perché non brucio ma costruiamo insieme, costruisco rapporti, amicizia, una città comune dove poter vivere tutti insieme bene.
Questo è il desiderio dei giovani, noi adulti diventiamo cinici, lo perdiamo. Stiamo attenti a non volerli rendere cinici come noi.
Se ricordassimo e vedessimo la grandezza che hanno i più giovani staremo meglio anche noi.

 

“La vita non si ripete, non si sceglie della vita non si butta via niente, non si rinnega niente, nemmeno ciò che non ci piace.”
Questo è ciò che Martina a un certo punto dice a Mino. Lei rapporta il vivere allo scattare delle foto. Un unico scatto, un unico attimo. Lo scatto perfetto. E’ un po’ il modo di vedere il mondo attraverso i social?

Sì. Lei ci ricorda che rischiamo di vivere la nostra vita alla finestra, dove noi ci impegniamo a mostrarci e a guardare gli altri che si mostrano. Per cui passiamo la vita a guardarci e non a vivere. Questo purtroppo genera nei più giovani delle situazioni particolari. Esiste una sindrome che si chiama FOMO (Fear of missing out), una forma di ansia sociale, caratterizzata da un desiderio di rimanere continuamente in contatto con ciò che fanno gli altri e la paura di essere esclusi da un evento o contesto sociale, la paura di esser tagliati fuori per capirci, la paura che prende i ragazzi. E la mia fortuna, grazie al mio lavoro di psicoanalista, è quella di aver a che fare con i ragazzi all’interno di un ambiente protetto dove loro possono parlare confidarsi, aprirsi e sentirsi al sicuro. Il rischio di questa vita alla finestra virtuale, che è una finestra pazzesca, è una vita dove abbiamo la “tirrannia dei like”, dove abbiamo l’esigenza di raccattare cuoricini su Instagram, o pollicioni su facebook.
Ma poi di tutti questi like cosa me ne faccio?
La questione che si pone, che dobbiamo aiutare i più giovani a porsi, è ci sono persone cui io voglio piacere che mi interessano, delle persone che vabbè, se gli piaccio bene, se non gli piaccio non importa. Il compito educativo oggi è aiutare a vivere la realtà e capire qual’è il valore della realtà, il valore dell’attimo. Se c’è un valore della narrativa, della letteratura è quello di raccontare senza fare le prediche. Intendo dire che con molte persone è più facile arrivarci per via narrativa, è più facile vedere cosa accade a quel personaggio. Noi adulti abbiamo paura degli esempi negativi ma non deve essere così.
I ragazzi anche attraverso gli esempi negativi esercitano il giudizio.
Pensiamo alla positività del potersi sperimentare nei panni di uno che fa una sciocchezza, e di uno che fa una cosa giusta piuttosto che dire “devi vivere intensamente il reale”. Attraverso le storie fai vedere ai ragazzi cosa vuol dire. Credo che le storie nuove e passate ci aiutano a questo. Sicuramente il vantaggio delle storie nuove, quelle scritte oggi è che arrivano più facilmente, come linguaggio, come temi, come contemporaneità.

 

A chi ti ispiri in questo?
Cerco di farlo con Calvino, cito spesso il suo saggio “Leggere i classici”. Proprio lui scrive “dobbiam leggere i calssici”, attenzione, quando diceva questo era un contemporaneo, certo ora è un classico, ma pensiamo al momento storico in cui ha scritto il libro.
Quindi “dobbiamo leggere i classici, ma sapendo da che punto si parte.”
Si parte da oggi per leggere un classico. Allora la narrativa contemporanea non sostituisce ma affianca i classici, ci aiuta a leggerli meglio.
Dal punto di partenza, da qui.
Noi siamo il qui che ci aiuta anche a capire il là.
E allora se c’è anche un altro valore delle storie di oggi contemporanee è che possiamo arrivarci per via narrativa e non dobbiamo aver paura del passato, perché le storie ci aiutano a leggere il passato solo se sappiamo bene da dove partiamo.

 

Come arriva una storia? Nel momento in cui la senti come ti fai attraversare da quel racconto, da quell’attimo? Come capisci che sta bussando alla tua porta?

Io devo a Fabrizio Silei, che è un grandissimo scrittore contemporaneo una penna felicissima, questa similitudine. Gliel’ho sentita dire e ho gli ho detto “Guarda, te la rubo!”.
Il bello dei festival, oltre agli incontri con i lettori che sono bellissimi, sono i momenti alla sera quando ci incontriamo, ci si ritrova tra noi autori che per lo più lavoriamo sempre da soli e ci confrontiamo. Proprio in una di queste sere Fabrizio mi ha detto “Luigi non pensi che le storie siano come le gatte?” E’ lì che ci ho pensato, e avendo io una gatta ho capito cosa voleva dire.
Chi di voi ha un gatto in casa, o una gatta sa che se volete che la gatta venga da voi non c’è santo che tenga potete fare qualsiasi cosa, ma lei non si muoverà. Saranno rare le volte che vi darà retta. Ma se aprite un computer, un libro, vi sedete con una copertina sulle gambe, guardate la tv la gatta arriva e ci si appoggia sopra.
Ecco per me le storie sono così.

Questo è un libro sugli attimi, è un libro sulla vita, una vera e propria scommessa se pensiamo che tutto parte dalla Morte.

 

di Roberta Balestrucci Fancellu

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