Con Giuseppe Festa condivido la passione per la montagna, per i suoi fruscii, i colori intensi e gli odori che ti entrano dentro e non ti lasciano più. Ci si immerge nelle sue storie con la precisa consapevolezza che nel giro di poche righe ci si ritroverà su un sentiero tra i boschi, con i sensi inebriati, il passo sicuro e la sensazione che qualche animale ti stia scrutando da lontano.

Così è stato quando, leggendo Cento passi per volare (Salani Editore) ho seguito Lucio nella sua avventura sul Picco del Diavolo per salvare l’aquilotto Zefiro. Una storia che fotografa un bellissimo scorcio di Dolomiti e che sa accendere con un’intensità spiazzante i sensi del lettore, perché Lucio tocca, ascolta, annusa e assaggia la montagna, ma non la può vedere. E Giuseppe ha saputo dipanare la potenza emozionale di questi sensi con grande poesia, senza mai farci sentire la mancanza della vista. Recentemente è uscito per Garzanti il suo ultimo libro, I figli del bosco, storia di Achille e Ulisse, due lupi orfani affidati alle cure di Elisa del Centro Monte Adone, dove ci si occupa del recupero animali selvatici in difficoltà. Un racconto immersivo, in cui la realtà supera l’immaginazione, un’avventura forte che sa riconnetterci col mondo naturale e che, pagina dopo pagina, ci permetterà di ritrovarci un po’. Insomma, una storia di lupi che contiene moltissimo anche di noi stessi. I figli del bosco è il racconto di un caso scientifico unico: generalmente i cuccioli cresciuti in cattività non possono essere liberati perché non hanno ricevuto l’imprintig che gli permetterebbe di affrontare le regole de branco, ma in questo caso i due lupi, ad un certo punto, vengono lasciati andare nel bosco. La liberazione, che dà il via alla storia, è solo l’inizio di una bellissima avventura che vede l’autore coinvolto in prima persona: “inizialmente ero un semplice osservatore, ma poi sono stato letteralmente risucchiato nella storia”.

Io e Giuseppe ci siamo conosciuti a luglio al Cartino, durante la due giorni di lavori di Book on a Tree ed è bastata una breve chiacchierata con lui per portarmi subito lontano. Su sentieri di montagna, ma non solo.

 

Le tue storie hanno sempre un forte legame con la natura, come mai?

Dipende dal mio backgroud milanese! Sono cresciuto a Milano, ma avevo i nonni che vivevano in provincia di Bergamo e li raggiungevamo nel weekend, dove mi scatenavo. Quindi, probabilmente ho sentito più di altri la necessita, quando tornavo a Milano, di recuperare quello che mi mancava. E non appena ho potuto mi sono trasferito a vivere in mezzo alla natura. Milano, in realtà, mi ha aiutato a trovare la mia dimensione, anche solo per reazione!

 

Da dove nasce la scelta del lupo come protagonista delle tue storie?

Nasce da una coincidenza. Sono stato a fare una vacanza sui Monti Sibillini e ho stretto amicizia con il proprietario del b&b dove alloggiavo, che era anche uno studioso di lupi. Mi ha portato con lui durante un’attività scientifica, nel bosco di notte, dove abbiamo sentito l’ululato dei lupi: è stato amore al primo ‘udito’! Ho cominciato a interessarmi di lupi e man mano che li conoscevo vedevo quante erano le similitudini tra il nostro mondo e il loro. Così mi sono sembrati i migliori protagonistio di un libro, La luna è dei lupi (Salani), in cui si parla di questi animali, ma attraverso il loro mondo guardiamo anche noi stessi.

E poi c’è I figli del bosco

I figli del bosco è una storia in cui mi sono trovato coinvolto quando il gruppo di ricerca del Centro Monte Adone ha trovato due cuccioli di lupo orfani e ha seguito un progetto incredibile grazie al quale, per la prima volta in Europa, dei cuccioli cresciuti dall’uomo sono stati liberati. Questa storia di liberazione si è poi trasformata in una storia di ricerca personale ed emotiva fortissima, che ha stupito anche me che ho voluto raccontare tra queste pagine.

 

Un altro tuo libro a cui sei particolarmente legato?

L’ombra del gattopardo, quello che ha avuto minor successo a livello di pubblico, ma a cui sono molto legato: una storia ispirata a un animale leggendario, una sorta di lince mitologica, che per me ha il valore del fascino del mistero in un mondo in cui è tutto sotto i riflettori e se una cosa non è fotografata, non esiste. Invece questa è una riscoperta del non detto e del leggendario.

 

Parliamo di luoghi: dove ti trovi più a tuo agio quando scrivi?

La cucina. Per una paio di ragioni: c’è il frigorifero ed è il luogo più caldo della casa, che per uno come me che scrive solo in inverno è un dato fondamentale. C’è una bella stufa a legna e mi godo la campagna che si vede oltre i vetri. E gli animali selvatici che passano vicino a casa, ai quali io e mia moglie abbiamo dato vari nomi…

 

Il luogo dove vorresti ambientare la tua prossima storia?

Mi piacerebbe scrivere una storia in Cornovaglia, ci sono stato l’anno scorso ed è un luogo davvero speciale. Così dopo aver parlato tanto di boschi, sento il richiamo del mare… un po’ come gli elfi de Il Signore degli anelli, creature del bosco che alla fine salpano con la loro nave e sono irresistibilmente attratti dal canto dei gabbiani.

 

In pochi lo sanno, ma tra i luoghi (non fisici) dove ti rifugi spesso c’è la musica…

Sì, la musica è stata la mia prima passione, fin da quando ero ragazzino! e ho avuto la grande fortuna di avere un gruppo che è rimasto compatto negli anni e che praticamente è lo stesso dai tempi del liceo!

 

C’è una relazione tra le storie che scrivi e la tua musica?

Sicuramente sì! Nella musica abbiamo sempre cercato di mettere delle storie naturali: ad esempio ne Lo spirito delle foglie abbiamo raccontato in ogni canzone le riflessioni di un elemento naturale, che poi può essere anche una tipologia umana. Inoltre ho scoperto esserci una relazione molto forte tra la creazione di una musica e la scrittura di un libro: sembrano due cose molto diverse, ma in realtà tutte e due hanno un ritmo, una musicalità, un crescendo, delle pause, dei colpi di scena (nella musica ad esempio succede quando c’è un ritornello che ci stupisce). Ultimamente le affinità tra musica e scrittura nei miei lavori si vedono anche nei contenuti: ad esempio nell’ultimo disco Confini armonici, ho voluto raccontare in musica delle situazioni di alcuni personaggi dei miei libri. Abbiamo così costruito una sorta di vero e proprio piccolo concerto letterario.

 

Un libro per ragazzi che consigli volentieri? (Non valgono i tuoi…)

È il libro che mi ha cambiato la vita e che mi ha fatto innamorare della lettura: La mia famiglia e altri animali, di Gerald Durrell. Me lo regalò alla fine della quinta elementare la mia maestra e da ragazzino milanese quale ero mi immedesimai subito nel personaggio principale, un ragazzino inglese che all’improvviso si trova catapultato nell’isola greca di Corfù con la sua eccentrica famiglia e che diventa un piccolo naturalista. E dato che sono diventato un naturalista anche io, forse l’influenza di questa lettura è stata davvero fondamentale.

 

Ci puoi anticipare qualche nuovo progetto in cantiere?

Con l’anno nuovo uscirà una storia per ragazzi,  Incontri ravvicinati del terzo topo (Salani), la storia di un topo che trova un cellulare e pensa che sia un mezzo per comunicare con gli alieni. Un ragazzino lo ha perso nel bosco e nel momento in cui squilla i topi vedono apparire sullo schermo una figura umana… per loro completamente sconosciuta. Ne nasce così una commedia degli equivoci in cui credono di comunicare con gli alieni. È un libro dai 9 anni in su perché ci sono citazioni di film che a volte possono essere difficili per i più piccoli.

 

Un oggetto a cui sei particolarmente legato?

Un tappo di nutella mangiato da un orso marsicano, che poi è diventato protagonista del mio libro Il passaggio dell’orso. Si trattava di un orso molto confidente che, rimasto orfano da piccolo, aveva cominciato ad andare a mangiare negli orti e nei pollai. Una notte è entrato in una roulotte adibita a dispensa, dove ha trovato il barattolo di Nutella che ha svuotato! Il guardiacaccia che ha trovato il barattolo mi ha regalato questo tappo (mi mostra una fotografia ndr) e io l’ho tenuto come una reliquia, finché nel 2011, ritrovandolo, mi è venuto in mente di raccontare una storia. E da lì in poi non ho più smesso. In pratica, questo tappo è il motivo per cui sono qui!

Se avete ancora qualche curiosità su Giuseppe Festa, leggetevi anche la bella intervista di Mariapaola Pesce sulla BOT Room

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