Spinginuvole per me è la metafora di un viaggio e di un riflesso

Marco Paschetta, giovane illustratore piemontese, mi piace perché di qualunque cosa si parli, lui sa renderne sempre una visione molto poetica. In comune abbiamo l’amore per la montagna e per la dimensione più intimista del lavoro creativo. Però lui trova la sua ispirazione viaggiando in bicicletta, mentre io, lo ammetto, con le due ruote non ho un bellissimo rapporto… e preferisco camminare. Lo sguardo sulle cose, però resta comunque incantato. Le sue illustrazioni ne restituiscono tutta l’intensità e quello strato di delicata meraviglia che, nella sfumatura dei confini e del suo tratto, lascia spazio alla sensibilità dell’osservatore, che nell’immagine saprà certamente trovare qualcosa di sé.
La primavera ci riserverà qualche nuova uscita, che aspettiamo con ansia: La brocca rotta, di Heinrich von Kleist (ELI Reader), il nuovo corsaro La rotta delle Ande, firmato da Christian Hill (Solferino Edizioni) e il fumetto Pistillo, scritto e illustrato da Marco (Thule Editorial, Spagna).

Se siete curiosi e volete saperne di più, questo è il suo sito

 

Ciao Marco, parlaci un po’ di te…

Sono nato e cresciuto a Cuneo.
Mi sono diplomato come perito chimico presso l’Istituto tecnico della mia città, ma già a quell’epoca trascorrevo gran parte del mio tempo libero a disegnare, leggere e immaginare racconti. Ho scoperto i fumetti e i racconti disegnati alle scuole medie, quando a casa di un amico lessi sulle pagine di riviste come Frigidaire o Corto Maltese (riviste che collezionava suo padre) storie a fumetti autoconclusivi o a puntate che erano disegnati in modi differenti, colorati in modi diversi e che raccontavano storie non necessariamente vincolate ad una serialità.
Credo fu in quel periodo che, inconsapevolmente, mi si spalancò un Nuovo Mondo. E forse fu in quello stesso periodo che pensai a quanto mi sarebbe piaciuto disegnare e raccontare storie.
Una volta conclusi gli studi superiori ho però dovuto lavorare per mantenermi e così ho composto negli anni una sorta di ‘patchwork lavorativo’ fatto di lavori in fabbrica, in magazzini, come confezionatore di salami artigianali in una piccola cittadina non distante da Lione, o ancora come impiegato presso l’anagrafe canina della mia città. Sono state esperienze non sempre facili per il loro continuo mutare ma forse, osservandole adesso e da lontano, in qualche modo formative.

Oggi disegno a casa, su di un tavolo da disegno non esageratamente ampio, ma che ho sempre immaginato come un’isola.
Da alcuni anni, settimanalmente raggiungo in treno Torino, dove ho la possibilità di insegnare illustrazione alla Scuola Internazionale di Comics, esperienza che amo molto e che contribuisce a modellare la mia visione delle immagini e del loro rapporto con le parole.

Amo molto la natura e la montagna e cerco di frequentarla in modo cadenzato ma continuo. Credo sia un bisogno radicato perché quando questo non accade, ne sento la mancanza. Sono affascinato dalle sue manifestazioni e da quel particolare tipo di silenzio che mi sembra si possa “ascoltare” solo in alta quota.

Cosa fai quando non ti viene l’idea che cerchi?

Quando si avvicinano momenti come questo lo sconforto prende il comando dentro di me e non sempre riesco a ricordarmi di quanto – probabilmente- anche “il vuoto delle idee” abbia bisogno di un suo spazio.
Così può capitare che mi ostini a cercare di tirare fuori ugualmente qualcosa di decente. Qualcosa di decente che naturalmente non arriva mai. Allora mi ricordo di quanto il camminare e il respirare l’aria possano aiutare e così esco di casa. Spesso è solo in quel momento, dopo aver passeggiato o pedalato, che avverto lo sciogliersi delle tensioni. Tensioni che si dileguano nel paesaggio osservato, negli ncontri con gli amici o in quel fattore di “sconosciutezza” che sto lentamente imparando a considerare come amico.

Da dove trai ispirazione?

Credo che l’sipirazione arrivi da punti cardinali differenti. Come piccole scintille che brillano improvvisamente. Il camminare in montagna e la frequentazione della natura e delle sue manifestazioni trovo siano un immenso “granaio di ispirazione”.
Alle volte però lo sono anche curiosità che nascono ascoltando programmi radiofonici tra i più diversi o leggendo titoli di canzoni (e ascoltandole) delle quali ignoravo l’esistenza.
Provo fascinazione anche per la lettura e mi piace, alle volte, andare in Biblioteca senza una meta precisa. Gironzolare tra gli scaffali e leggere i titoli che sono scritti sui dorsetti dei libri alla ricerca di qualcosa che si illumini come scintilla.

Se la tua vita fosse un libro, quale sarebbe?

Potrei non rispondere a questa domanda? Attualmente, complici forse i tanti accadimenti contemporanei della vita, non riesco a scegliere un titolo che possa essere così identificativo.

Cosa non manca mai nel tuo zaino?

Ho uno zainetto blu e arancione che porto spesso sulle spalle. Al suo interno non mancano mai una penna e un piccolo taccuino che con il passare del tempo si è tramutato in una serie di foglietti rettangolari sparsi ma racchiusi in un’unica tasca.
Spesso annoto idee, faccio piccoli schizzi o appunto frasi che mi colpiscono come citazioni o stralci di articoli che mi capita di leggere. La cosa che mi stupisce e mi affascina al tempo stesso è sfogliarli tempo dopo averli scritti. Leggo parole, idee e bozze di disegni dei quali non ho più memoria. Sono segni tacciati e fortemente ancorati ad un momento preciso del quale, però, non rimane che una traccia solamente interpretabile.

Quale colore ti rappresenta di più e perché?

In questo periodo sento di amare fortemente il colore turchese.
Forse è per via del fatto che sto disegnando un racconto che per me ha una forte carica simbolica e che racconta l’avventura di viaggio di un quadrupede dal volto umano chiamato Pistillo. Un personaggio al quale, per il modo e il periodo in cui è nato, sono molto affezionato. Il manto del suo corpo è completamente turchese.

Come nasce un tuo disegno?

I miei disegni nascono spesso come bozze su fogli di carta leggera e porosa. Amo molto questa fase del lavoro perché mi permette di ricercare le immagini attraverso un segno nervoso e non così pulito, cosa che poi scompare quasi del tutto, nei disegni definitivi.
Mi piace molto lavorare con la tecnica mista, usando pastelli morbidi, inchiostri colorati, grafiti in polvere e colorate, acquerelli e matite gessose.
Nella fase di realizzazione della tavola “in bella” mi accorgo di come le immagini sembrino comparire da un alone di fondo, da una sorta di nebbia che nasce battendo rumorosamente e ripetutamente un pezzo di stoffa riempita di colore sulla superficie del foglio.
I riferimenti a matita leggera del disegno si sbiadiscono e si confondono e cerco di non perderli mai del tutto ma anche di far si che non siano troppo presenti. È come se cercassi una sorta di equilibrio tra ciò che desidero vedere nettamente e ciò che invece resta confuso nell’alone.

Che tipo di illustratore sei? Topo da biblioteca, coworker, meditativo, esploratore senza posa...

In questo periodo mi sento davvero un topo da biblioteca! Forse, complice la neve che circonda i campi e le montagne intorno a Cuneo. Questo sentirmi “topo”, però, non è sempre piacevole perché mi porta ad avvertire la mancanza di quello che è l’importantissimo confronto con amici e la condivisione dellle esperienze con le altre persone. In altri periodi invece sono stato più un “esploratore”, ma mai un coworker. Infatti è come se sentissi il bisogno di un spazio privato e intimo nel quale condurre graficamente le esperienze vissute all’esterno.

Una cosa di te che ti piacerebbe cambiare?

Desidererei imparare ad essere domatore dell’ansia che alle volte accompagna i giorni e i disegni. È come una sorta di rumore di fondo, di preoccupazione che guarda avanti o indietro e mi di distoglie dal gesto del disegno e dal momento.

Cosa fai quando non disegni?

Quando non disegno mi piace uscire e, se possibile, dirigermi verso gli spazi naturali. Amo molto la montagna e attraversarla a piedi o in bicicletta, da solo o in compagnia.
Amo molto viaggiare, compatibilmente con le possiblità economiche, e amo farlo a bordo della mia bicicletta. Trovo sia un modo di attraversare spazi che mi aiuta a connettermi maggiormente al mondo, agli elementi naturali e mi fa comprendere in modo più diretto cosa significano le parole “distanza” e “percorso”. Inoltre non inquina e questo è un altro aspetto che mi fa amare questo mezzo di locomozione!

Il luogo dove ami di più lavorare?

Lavoro sempre su di un tavolo da disegno che è collocato nella camera da letto. È un luogo che percepisco come intimo e sento di avere bisogno di intimità per disegnare (anche se alle volte c’è il rischio che questa sensazione si travesta da solitudine). Il tavolo da disegno guarda una grande finestra che si affaccia sui palazzi e su piccole porzioni di giardino nei quali troneggia uno splendido e rigoglioso albero di caco. Dietro di lui, anche se a distanza di almento 30 chilometri, ci sono le Montagne che in questo periodo dell’anno si colorano di azzurro.

Un buon proposito per l’anno nuovo?

Uno dei propositi per l’anno nuovo vorrebbe essere: cercare di lasciar scivolare via il lato ansioso che accompagna il disegno e imparare ad avere un atteggiamento più assertivo.

Un personaggio/autore/illustratore/artista (contemporaneo o del passato) con cui vorresti lavorare?

Mi piacerebbe poter lavorare e imparare da Brad Holland. Ammiro enormemente il suo lavoro e la sua sensibilità visiva, il modo nel quale crea metafore grafiche attraverso elementi che sono simboli. Le sue immagini mi conducono in un “altrove” silenzioso. Inoltre mi affascina la sua tecnica pittorica ed il suo essere camalenontico, dal punto di vista degli strumenti che utilizza.

Nuovi progetti nel cassetto?

Nel cassetto ci sono progetti che sono stati seminati nel tempo e che attendono di germogliare. Per il momento però non riesco a trovare il tempo necessario per svilupparli perché sono al lavoro su altri fronti. Allora attendono nelle loro tane immaginarie come piccoli ricci in letargo.

Cosa ti fa venire in mente Spinginuvole?

Spinginuvole è un nome che trovo immensamente evocativo.

Mi fa venire in mente un qualcosa di impossibile da realizzare se non attraverso lo stumento dell’immaginazione.

Penso così al gesto dello spingere e della cura che porta con sé tutto questo perché è come voler suggerire e incentivare una destinazione (in questo caso, delle nuvole che sono erranti, per eccellenza).

Mi viene in mente l’immagine di un bambino che osserva, ranicchiato sul bordo erboso, la superficie azzurra di un piccolo laghetto. L’acqua è calma e riflette perfettamente la vastità di un cielo pieno di nuvole bianche. Il bambino immerge nell’acqua la mano avvicinandola al riflesso di una di queste. Il dito indice la sfiora e, in tutta quella apparente immobilità, si manifesta l’impossibile. La nuvola sembra muoversi, nella direzione immaginata dal bambino.

Spinginuvole per me è questo. È la metafora di un viaggio e di un riflesso.

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