Promuovere la capacità creativa equivale a promuovere nel fanciullo la consapevolezza del suo modo di essere.

Gianni Rodari

La sua delicatissima sensibilità verso il mondo dell’infanzia ci ha insegnato che la realtà si può guardare, affrontare e decifrare anche attraverso la fantasia, motore potentissimo di crescita e conoscenza. Non solo per i bambini, ma anche per gli adulti. Perché se possiamo cambiare il punto di vista sulle cose, forse possiamo trasformare queste giornate in cui tutta ha rallentato e ci sentiamo in una bolla un po’ surreale, in un tempo utile per ritrovare quello sguardo di meraviglia sulla quotidianità. Fermiamoci sulle piccole cose, condividiamo letture e visioni. Progettiamo, raccontiamo e raccontiamoci, diamo fiducia al potere della nostra immaginazione.

Maestro elementare, giornalista politicamente impegnato, poeta, autore per ragazzi e pedagogista (anche se non in senso stretto) Gianni Rodari è stata una figura poliedrica e rivoluzionaria, che ancora oggi, a 100 anni dalla sua nascita, attraverso storie e filastrocche invita all’azione e all’esercizio della fantasia. Proprio come succede nella sua Grammatica della fantasia (1973), in cui “si parla di alcuni modi di inventare storie per bambini e di aiutare i bambini a inventarsi le loro storie”: dalle domande dei bambini alla bellissima metafora dell’‘orecchio acerbo’, dall’invenzione delle storie ai giochi di parole, la sua lezione è ancora oggi piena di fascino e attualissima. Ne abbiamo parlato con Carla Ida Salviati, storica della letteratura e dell’editoria, esperta in letteratura per l’infanzia.

 

Marco Somà, Il filobus 75 (tratta dal volume “Cento Gianni Rodari”, Einaudi Ragazzi)

Al centro dell’opera di Rodari c’è sempre la creatività, come motore per la crescita e la conoscenza…

Credo che per capire uno scrittore complesso (anche se di scrittura lineare) come Rodari, lo si debba collocare nel suo tempo. Il libro teorico fondamentale, Grammatica della fantasia, è del 1973, dove sono raccolte le riflessioni sull’importanza della creatività. In quel momento, nel mondo della pedagogia progressista, era in auge Vygotskij, che aveva studiato i rapporti tra pensiero e linguaggio. Da noi è stato tradotto solo negli anni ’60 (era morto nel 1934). Rodari dedica alle osservazioni dello psicologo sovietico pagine molto intense (e anche ‘leggere’, come solo lui riusciva a fare). La creatività è alla base di tutta la vita psicologica e intellettuale. Da qui Rodari deduce l’importanza della creatività non solo nelle invenzioni linguistiche e letterarie, ma anche nella matematica. Senza pensiero creativo la scienza non esisterebbe. Bisogna essere divergenti, e i bambini lo sono ‘naturalmente’.

 

Nutrire l’immaginazione, attraverso la lettura, la scrittura e il gioco, come insegnava lui, oggi è sempre più necessario: cosa consigli ai genitori?

Ai genitori un unico ma grande fondamentale consiglio: leggete storie ai vostri figli e con i vostri figli. Trovate questo tempo quotidiano. Sarà un momento di rasserenamento per tutti, di intelligenza e di emozioni condivise. Se tutti lo facessero…

 

La lettura, o è un momento di vita, momento libero, pieno, disinteressato, o non è nulla”: Rodari, come autore per ragazzi e maestro, puntava a formare lettori indipendenti che si sentissero protagonisti. Come guidare un bambino a raggiungere questo obiettivo?

Rodari aveva molta fiducia nella lettura ad alta voce dell’adulto. C’è un capitolo bellissimo nella Grammatica dedicato al bambino che ascolta le fiabe: parla della parte più oscura dell’immaginario infantile, quello dove alberga la paura. Rodari era molto influenzato (siamo negli anni ’70) da Bruno Bettheleim, lo psicanalista amato dai docenti attivisti dell’epoca. Tuttavia non ricordo pagine rodariane memorabili dedicate all’ educazione alla lettura: credo che per lui fosse ovvio che l’unica lettura plausibile e importante sia quella libera, gratificante, che aiuta a crescere. D’altro canto la sua era una scrittura lineare, limpida, senza orpelli e assolutamente magnifica: non troverete mai nulla di superfluo. E questa è la scrittura che pretende il bambino: niente fronzoli ma nulla di meno del necessario. La scrittura essenziale è quella della fiaba tradizionale, alla quale Rodari guardava come a un modello, al di là dei ‘messaggi’, della ‘morale’, dei doppi e tripli significati che gli adulti sanno attribuirle e che spesso pretendono. Ecco, credo che per formare il lettore, Rodari scrivesse. E scusate se è poco.

 

Rodari ci ha insegnato la magia delle parole attraverso il gioco: è una lezione ancora valida (magari per aiutare i bambini a sviluppare un lessico più ricco)?

Mi preoccupo sempre quando un autore per ragazzi viene usato “per” qualcosa: ad esempio, per aiutarlo a dominare le emozioni o per imparare nozioni storiche o geografiche o per ‘fargli sviluppare un lessico più ricco’. Anche quando le intenzioni adulte sono più che legittime, si intende. E questa mia preoccupazione vale prima di tutto per Rodari, che invece finisce nei libri di testo sempre per insegnare qualcosa. Il lessico si costruisce parlando, leggendo, scrivendo, scherzando sulle parole che sono il ‘giocattolo’ più bello. Le parole fanno begli scherzi, come il burrone che non è un grosso pane di burro… E gli ‘sbagli’, a volte, possono essere creativi, pensate alla Torre di Pisa, diceva Rodari.

 

Nelle sue storie spesso inserisce temi sociali ancora attualissimi: parla dell’emigrazione, esprime l’idea di oltrepassare i confini in nome dell’amicizia, combatte la disparità di genere attraverso personaggi forti e volitivi, inserisce spunti ecologici. Si può partire da qui per parlarne anche oggi ai bambini?

Rodari è sempre un autore socialmente impegnato: che scriva prosa o filastrocche e persino limerick. Ma le sue cose più belle sono proprio quelle in cui il messaggio non è così diretto, e l’indignazione verso le ingiustizie passa attraverso guizzi fantastici. Cipollino è un libro degli anni ‘50 dove si percepisce benissimo la contrapposizione tra ricchi (sfruttatori) e poveri (sfruttati). E’ stato scritto in piena Guerra Fredda e quel clima si sente molto. Seppure sia datato, è però molto più bello di composizioni più intrise di realismo, che non è lo sguardo adeguato per affrontare la scrittura rodariana. L’emigrazione, per ovvi motivi cronologici, per lui è quella italiana del dopoguerra: la valigia del migrante, dice in una filastrocca, pesa poco, contiene solo un pugno di terra “del mio villaggio / per non restare solo in viaggio. / Un vestito, un pane, un frutto, / e questo è tutto. / Ma il cuore no, non l’ho portato: / nella valigia non ci è entrato.” Come si vede, è proprio nel passaggio surreale che scatta la poesia.
Comunque, se si vuole attualizzare troppo, si tradisce: inevitabilmente. Le posizioni di Rodari sulla famiglia, ad esempio, erano abbastanza tradizionali: non so come se la caverebbe oggi con le storie gender, o le famiglie allargate. Vero che le figure femminili sono abbastanza ‘moderne’ ma più le bambine che le donne adulte. Però negli anni ’70 erano molto più ‘rivoluzionarie’ le scritture di Bianca Pitzorno, di Donatella Ziliotto, i fumetti di Grazia Nidasio o le prime traduzioni di Christine Nöstlinger. Lasciamo Rodari al suo tempo, alle sue sensibilità: l’attualità, vera e intramontabile, di Rodari non sta negli argomenti di cui parla, ma di come ne parla, con la sua diffusa malinconia o con il suo sorriso. Perché ci stanno entrambe nella sua scrittura.

 

Quale, quindi, l’eredità più grande che ci ha lasciato Rodari?

Questa è la domanda più frequente che mi sento fare. D’altra parte è giustificata perché ormai Rodari è un classico. Anzi, qualcuno lo chiamava così persino da…vivo! E lui scrisse una volta un pezzo memorabile, diceva di sentirsi un po’ come Carlo Magno o Orazio Coclite! Parlando seriamente, vorrei ricordare due cose. Dal punto di vista dell’influenza che Rodari ha avuto sulla letteratura giovanile, a cento anni dalla nascita e a quaranta dalla scomparsa, si può tranquillamente dire che è stata enorme. In Italia possiamo davvero parlare di un pre-Rodari e di un post-Rodari: chi è venuto dopo di lui, ha dovuto giocoforza fare i conti con la sua opera, avvicinandosi o allontanandosene. Questo accade solo ai grandi autori. Però l’eredità più duratura io la vedo nel suo pensiero, nel suo modo di guardare l’infanzia: e quindi la summa è Grammatica della fantasia, un libro insuperato. So di ripetermi e me ne scuso: ma credo sia un libro indispensabile per chiunque entri in un’aula. E invece, quanti sono gli insegnanti che non lo hanno mai letto (e forse neppur sentito nominare)…

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