Descrivere la solitudine. Dare corpo al vuoto. Dare un nome alla paura. E scoprire la forza che può nascere da una grande fragilità. Nell’ultimo romanzo di Alessandro Q Ferrari si entra in una storia che graffia (anzi, morde) e ci mostra un mondo di adolescenti irrequieti, feriti, arrabbiati. Ragazzi che ci guardano dritto negli occhi e gridano la loro solitudine. Ma soprattutto la loro forza.

 

Devo essere brava (DeA) è il libro che avrei voluto poter leggere a sedici anni, quando invece per me la solitudine era un’ancora crudele. Io ero brava, ma a volte penso che probabilmente avrei dovuto esserlo un po’ meno. O quantomeno avrei dovuto imparare a non soffocare le emozioni, insomma, a urlare un po’ di più!
Per questo ho amato molto Sara, sedici anni, che nel buio di una situazione decisamente al limite, riesce a reagire e a trovare il Suo modo per andare avanti. Intorno a lei, un vuoto fatto di cemento, amici che spesso non ti ascoltano, adulti che non vedono, parole che feriscono. E una situazione familiare da cui sembra impossibile poter riemergere: i genitori hanno preso strade diverse lasciandola sola, con uno sfratto e un fratello disabile che Sara adora e a cui ha fatto una promessa, quella di riportarlo a casa dall’istituto in cui si trova. E per poterlo fare deve trovare il padre e, soprattutto, essere brava, altrimenti i servizi sociali non lo permetteranno mai.

Ci sono tante, troppe responsabilità che pesano su un cuore di soli sedici anni, che ha visto la mamma perdersi nell’alcol, il fratello strappato al suo affetto, il papà nascosto dietro una montagna di bugie. Un cuore che vorrebbe essere visto da tutti, amici, genitori, insegnanti, ma che nello stesso tempo diventa scudo e preferisce ferire. Anche quando non vorrebbe. L’ho sentito battere chiaramente il cuore di Sara mentre leggevo e sono grata ad Alessandro per aver reso così bene quello sforzo a tenersi in piedi e quel bisogno di essere visti, quando invece sei sopraffatto da così tanti pensieri che ti sembra di non avere spazio. E forse di non averne neanche tanto diritto.

Il diritto alla felicità, ecco credo sia proprio questo lo snodo del romanzo. E Sara lo tiene stretto in mano, anche quando sembra impossibile. Non deve essere brava, deve solo aprire il pugno e capire che anche lei può essere felice. Può guardare il suo futuro oltre i palazzi e le strade di Roveto che tanto le stanno stretti, può innamorarsi ed essere amata, può andare a trovare Rocky senza inventarsi bugie, può cantare e ballare. Perché in mano ha tanti semi di felicità, che se al momento fai fatica a sentirne il calore, poi tornano a darti forza: come gli abbracci di Fumo, l’amicizia inattesa di una vicina di casa con cui non avevi mai parlato prima, la vicinanza dell’amica di sempre, i consigli di un professore, il sorriso della Madonna delle Piogge, i messaggi vocali di Rocky. Messaggi che percorrono tutta l’ossatura del romanzo e da soli disegnano una storia a sé, che sa di strani personaggi, ma soprattutto del legame profondo tra i due fratelli.

Credo che tutti dovremmo avere una Stanza Galleggiante su cui sentirci più leggeri. E dove dimenticarci di essere sempre bravi…

Devo essere brava,
di Alessandro Q Ferrari,
DeA (+ 13)

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